Swami Veetamohananda

 

Gli aforismi di Patanjali (versetti 12-16)

 

Traduzione a cura di Amanzio Borio

 

 

Tutte le tensioni, tutti i problemi del nostro mentale hanno una sola origine: l'identificazione errata del nostro vero Sé con il non-sé. L'eliminazione di tutti questi disordini si ottiene attraverso una pratica orientata verso la Realtà.

 

Nel corso del nostro precedente colloquio abbiamo parlato dei cinque tipi di onde di pensieri: la conoscenza corretta, la concezione errata, l'illusione verbale, il sonno e la memoria. Queste onde di pensieri possono essere controllate con la pratica e il distacco, questo è quanto afferma Patanjali nel suo dodicesimo aforisma:

 

Versetto 12: il controllo delle onde di pensieri si realizza attraverso la pratica e il non attaccamento.

 

E' necessario migliorarsi abbandonando tutto ciò che è inferiore per ricercare ciò che è superiore, il che significa che bisogna abbandonare il meno per realizzare il più. Questo movimento continuo verso lo stato più elevato, più nobile, più vero e più puro dell'essere attraverso ciò che facciamo o non facciamo è la rinuncia al soddisfacimento dei desideri terreni per raggiungere la perfezione dello spirito. E' la vocazione intrinseca di ciascuno di noi nella vita. Il cielo di tutto il mondo è pieno di stelle. Non c'è nessuno il cui sole non brilli.

 

Se cerchiamo la realizzazione, allora la rinuncia è la chiamata fondamentale della vita. Non c'è realizzazione senza passare per la rinuncia. Ma ahimè! Quanti tra di noi si distruggono pensando che progrediscono? Alcuni dicono:”La rinuncia non è per me”. E tuttavia, notate quante tentazioni velate addolciscono il cammino della nostra disintegrazione psicologica.

 

Il modo in cui siamo pateticamente divorati dal mondo è descritta in questo versetto sanscrito:

 

“Noi non abbiamo gustato i piaceri del mondo, ma siamo stati divorati...il tempo non è passato (perché è sempre presente e infinito) siamo noi che passiamo (a causa della nostra morte imminente). Il desiderio non è diminuito di forza, siamo noi che siamo ridotti alla senilità”.

 

Ma la vita non doveva essere così. Doveva essere una marcia trionfale da un picco di illuminazione ad un altro, nella gioia e nell'immortalità radiose. Ciascuno può ricreare questa gloria trionfante. Grandissimi peccatori sono diventati i più eccelsi dei santi. Essi hanno scoperto la gioia della vita, in segreto, grazie alla rinuncia. Rinunciamo dunque a ciò che è inferiore per quello che è superiore, a ciò che piccolo per ciò che è grande, agiamo esattamente come una noce che germoglia e fa saltare il suo duro guscio

 

Per tutto il tempo che l'egoismo sarà in noi saremo distolti dalla nostra realizzazione. Per tutto il tempo che ne saremo distolti sbaglieremo e la nostra meta si allontanerà. La nostra realizzazione non può venire da nessuna parte se non da dentro noi stessi, e sarà la scoperta di qualcosa che esiste già e per cui la rinuncia è un obbligo.

 

Ci sono circostanze in cui agiamo deliberatamente e sapendo molto bene che agiamo correttamente. E ve ne sono altre in cui agiamo in modo impulsivo senza sapere se è bene o se è male. Ma in entrambi i casi, ogni azione porterà i suoi frutti, dolci o amari. E, oltre alla sofferenza, il risultato di una cattiva azione sarà una grande confusione mentale. E' per questo che dobbiamo allenare il nostro mentale allo scopo di dirigerlo verso il bene. Dobbiamo correggere il nostro piccolo sé con uno sforzo personale. Questo processo inizia con una lotta instancabile e regolare per abituarci a discriminare il vero dal falso e a scartare il falso. E' una concentrazione piena d'amore e di tenacia sulla verità. Coltivare il potere di concentrazione e il distacco è ciò che Patanjali chiama pratica (abhyasa)e rinuncia (vairagya).

 

Ascoltiamo Swami Vivekananda:

“Noi dobbiamo prendere possesso di questo mentale instabile, distoglierlo dalle sue erranze e fissarlo su un'idea. Questo dev'essere ripetuto ancora e ancora. Attraverso il potere della volontà dobbiamo impadronirci del mentale, fermarlo e forzarlo a riflettere sulla gloria di Dio.

 Il modo più semplice di prendere possesso del mentale è sedersi tranquillamente, e per un momento lasciarlo andare alla deriva là dove vuole. Pensate:-sono un testimone che guarda il suo mentale andare alla deriva. Io non sono il mio mentale-. Poi pensatelo come un'entità completamente differente da voi. Identificatevi con Dio, mai con la materia o con il mentale. Immaginate il mentale come un lago tranquillo che si stende davanti a voi, e i pensieri come bolle che salgono alla superficie e scoppiano. Non fate alcuno sforzo per controllarli, ma osservateli e seguite il loro movimento con l'immaginazione. A poco a poco i cerchi di pensieri si allargheranno sempre di più, come quando gettate una pietra in uno stagno.

 Noi vogliamo capovolgere il processo e cominciare da un grande cerchio che faremo diminuire fino a quando diventi un punto sul quale fissarci. Tenete a mente quest'idea: - io non sono il mentale, io vedo ciò che penso, io osservo il mio mentale agire- ed ogni giorno, l'identificazione di voi stessi col pensiero e il sentimento diminuirà fino a quando, infine, voi sarete interamente separati dal vostro mentale e lo riconoscerete veramente separato da voi stessi. Quando sarete a quel punto, il mentale sarà il vostro servitore e lo controllerete come volete voi”.

 

Rimarremo sorpresi, quando cominceremo questa pratica, dal numero di pensieri sgradevoli che si presenteranno al nostro mentale. Incalzandola, la turbolenza del mentale può aumentare ancora per qualche tempo. Ma, più ci sentiremo capaci di distaccarcene, meno ci giocherà brutti scherzi. Progressivamente, le sue erranze perderanno il loro vigore sotto lo sguardo penetrante dell'osservatore. E questa pratica dovrà continuare per tutto il tempo di cui il mentale avrà bisogno per imparare come comportarsi!

 

Versetto 13. “Tatra sthitau yatno abhyasa”.

 

Mantenere la propria attenzione stabilmente ferma, con tutta la propria energia psichica, sul Purusha – la Pura Coscienza – è ciò che chiamiamo pratica.

 

Vediamo cosa ci insegna Sri Ramakrishna:"Esiste qualcosa come lo Yoga abhyasa. Praticatelo e vedrete che il vostro mentale vi seguirà, qualunque sia la direzione in cui lo conducete.”

 

La pratica e il distacco sono, senza alcun dubbio, il segreto del controllo del mentale. Ma, come possiamo portarlo nel nostro quotidiano?

 

Versetto 14. “Sa tu deergha kala nairantarya satkarasevito dridha bhumih”.

 

La pratica diventa fortemente radicata quando è stata coltivata lungamente, senza interruzione e con una devozione sincera. Per chiarire questo punto, vi racconterò un breve storia.

 

Un villaggio si stendeva ai piedi di un'alta montagna. La montagna aveva la forma di un uomo dai tratti raffinati e di grande nobiltà d'animo. Gli abitanti del villaggio lo chiamavano “il grande volto di pietra”. Essi credevano che una saggezza superiore a quella appresa nei libri promanasse da lui. Un giorno, un uomo rassomigliante al “grande volto di pietra” si sarebbe presentato loro e sarebbe stato il loro salvatore. Uno di quegli abitanti aspettava quell'uomo, con impazienza, da molti anni. Egli fissava il suo sguardo e i suoi pensieri sul “grande volto di pietra”. La sua casa era di fronte alla montagna ed egli passava molte ore a contemplarla, sognando che il “grande volto di pietra” volgesse il suo sguardo verso di lui e venisse da lui per migliorare la sua vita. Un giorno, dopo qualche tempo, gli abitanti del villaggio notarono che l'uomo si era trasformato ed assomigliava al “grande volto di pietra”. La sua fisionomia rispecchiava ora la stessa immagine di nobiltà e finezza!

 

Come per quest'uomo della storia, una lunga pratica rivolta verso un ideale trasfigura la nostra vita. Avendo scelto una qualità, noi possiamo aggiungere le altre praticandole ciascuna a sua volta e, piano piano, costruiremo ciò per cui noi siamo fatti e che abbiamo l'intenzione di diventare. Questo è un altro insegnamento di Patanjali: rimaniamo fortemente radicati nella nostra pratica.

 

Versetto 15.Dristanushravika visaya vitrisnasya vashikara samja vairagyam”.

 

Il non-attaccamento è controllo di sé ; è liberazione dal desiderio per ciò che è visto e sentito.

 

Un fatto è certo, la rinuncia ascetica non è una soluzione per la grande maggioranza delle persone. Ed educare la nostra voglia di piacere è una pratica più adatta alla nostra epoca. Noi abbiamo bisogno di comprendere le dimensioni del nostro essere e di tenere le redini delle nostre voglie all'interno dello scopo della nostra realizzazione.

“Non cercate il piacere” è un insegnamento difficilmente praticabile per chi ha, nella sua natura, un gusto pronunciato per il piacere. Gli insegnanti, come Sri Ramakrishna, pur essendo conoscitori della Verità, erano maestri della psicologia umana e precettori compassionevoli. Il loro insegnamento può essere riassunto in qualche parola: cercate il piacere, ma in una maniera che non degradi la vostra salute mentale o fisica, e non disturbi il vostro sviluppo superiore. Se cercate i piaceri fisici, cercateli in maniera che i vostri poteri possano essere preservati per godere delle gioie del mentale; cercate le gioie del mentale in modo che i vostri poteri possano essere preservati per raggiungere la felicità dello spirito. Non cercate il piacere che vi distruggerà.

Dobbiamo dunque adattare l'insegnamento di Patanjali alla vita moderna. I principi etici sono enunciati per impedirci di procurarci dei danni. Essi ci dicono come utilizzare il mentale per sperimentare la realtà interiore attraverso la realtà esteriore delle cose materiali. Ci aiutano a scegliere le attività della nostra vita che ci procurano le migliori esperienze. Servono così il nostro interesse più profondo.

 

Questo violento bisogno di piacere deve essere ordinato per gradi per consentire il nostro sviluppo personale. Ascoltiamo cosa insegna Sri Ramakrishna su questa progressione: “Ci sono tre tipi di ananda, di gioia. C'è la gioia dei piaceri del mondo, visayananda; la gioia dell'adorazione, bhajananda;e la gioia di Brahmananda, la gioia dell'Assoluto. La gioia dei piaceri del mondo è quella degli oggetti dei sensi. La gioia dell'adorazione è quella che si prova cantando il nome e le glorie di Dio. E la gioia di Brahman è quella della visione di Dio. Dopo aver sperimentato questa gioia della visione di Dio, i sapienti dei tempi antichi erano al di là di qualunque regola e di qualunque convenzione”.

 

Col termine “progressione”, vogliamo intendere il passaggio da un livello di gioia inferiore al livello superiore. Dobbiamo ricordarci che la gioia dell'Assoluto può essere raggiunta dall'uomo in questa vita non solo teoricamente, ma realmente. Una fede risoluta basata su questa verità è necessaria nella ricerca del piacere.

 

Si può ricercare il piacere dei sensi, se occorre, ma in quel caso si deve farlo in una maniera che non impedirà di ottenere la gioia dell'adorazione o della meditazione. Ciò può essere fatto sviluppando l'abitudine alla discriminazione e stabilendo una discriminazione tra i piaceri che si cercano. Noi tutti sappiamo che la felicità di una relazione genera la sofferenza. Ricordarsi di questo mentre si gustano i piaceri dei sensi aiuta a sviluppare l'abitudine alla discriminazione. Le discipline morali esistono per aiutarci a gustare la felicità più elevata. Con esse, è bene impegnarsi in una forma corretta di discipline spirituali che conducano alla gioia dell'adorazione. Progressivamente, man mano che il mentale diventa sempre più purificato, l'interesse per il piacere dei sensi diminuisce e quello per capire ciò che è bene, ciò che è spirituale, di vedere ciò che è spirituale, aumenta in proporzione.

 

Una cosa è cercare i benefici della pace spirituale e ben altra cosa è cercare la Realtà superiore per sé stessa, con o senza benefici. Il ricercatore diventa felice nella via spirituale che ha intrapreso. Quando ha progredito interiormente al punto di cercare lo Spirito Supremo per sé stesso e non per altro motivo, allora i suoi desideri di piaceri dei sensi saranno sublimati e questo sarà un metodo perfetto per controllare le erranze del mentale.

 

Numerosi aspiranti pieni di buona volontà ma mal diretti lottano contro il loro desiderio di piacere in una cattiva maniera. Con fervore si fanno del male senza saperlo. Così, perdono insieme il piacere dei sensi e il benessere spirituale. Prendiamo l'opinione di Sri Ramakrishna: “Per tutto il tempo che queste passioni (la bramosia, la collera, etc.) sono dirette verso il mondo ed i suoi oggetti, esse si comportano come dei nemici. Ma quando sono dirette verso Dio, esse diventano le migliori amiche dell'uomo, perché esse lo conducono a Dio. La bramosia per le cose del mondo dev'essere trasformata in aspirazione per Dio; la collera provata contro un altro dev'essere rivolta verso Dio perché egli non si rivela. Bisogna trattare tutte le passioni allo stesso modo. Esse non possono essere sradicate, ma possono essere educate”.

 

Quello che vuol dire qui Sri Ramakrishna è che se noi dirigiamo le nostre passioni verso oggetti inferiori resteremo ad un livello inferiore. Associandole a degli oggetti superiori noi ci eleveremo. Se noi le uniamo allo Spirito Supremo, grazie alla loro forza ascendente, noi ci eleveremo fino a Lui, da parte loro le passioni saranno educate e purificate e cesseranno di essere passioni nel senso comune della parola. Dopo che una persona abbia conosciuto sperimentalmente che è il Sé (cioè l'Atman) e non il complesso corpo-mentale, le passioni cessano di esistere, perché una passione non è che un desiderio mal diretto. Questo significa che il desiderio può essere un amico o un nemico, a seconda della direzione che gli diamo. Quando è orientato verso la Realtà, diventa uno strumento di liberazione e di gioia. Quando è diretto verso l'irrealtà, diventa lo strumento della schiavitù e della sofferenza.

 

La felicità è il fatto supremo dell'esistenza. L'uomo è, per natura, uno con lei. Ecco l'insegnamento di un testo vedantico:"Colui che è conosciuto come il Sé creatore è veramente la sorgente di gioia; perché si diventa felici venendo a contatto di questa sorgente di gioia. Chi, in effetti, potrebbe inspirare e chi potrebbe espirare se questa felicità non fosse là, nello spazio supremo (cioè nel cuore). Perché è lei che anima (le persone). Tutti gli esseri, in effetti, questo è certo, sono nati da questa felicità(ananda); dopo la loro nascita restano viventi grazie a questa felicità; e alla loro partenza entrano in questa felicità”.

Essendo la felicità la vera radice dell'uomo, è del tutto naturale che egli cerchi d'istinto di identificarsi con lei. Ma, a causa della sua ignoranza, egli si identifica col suo corpo, col suo mentale, con i suoi sensi e cerca la felicità in essi. Questa ricerca erronea nel posto sbagliato è nociva secondo Patanjali.

 

Più avanti egli dice:

 

Versetto 16. “Quando, attraverso la conoscenza dell'Atman, si cessa di desiderare ogni manifestazione della Natura, quella, allora, è la forma più elevata del distacco.

 

Per chiarire questo punto citeremo Swami Vivekananda: “Non cercate nulla, non evitate nulla, prendete quello che viene. E' questa la libertà, non essere addolorati da nulla. Non accontentatevi di subire, siate senza attaccamento. Ricordatevi la storia del bue. Una zanzara era posata da molto tempo sul corno di un bue. Un giorno, turbata nella coscienza, disse: Signor bue, è parecchio tempo che sono posata qui, forse vi disturbo? Adesso vado via. Ma il bue ripose: No, non mi disturbate affatto! Portate tutta la vostra famiglia e vivete sul mio corno, che fastidio mi potrebbe dare?”

 

E' quando non pensiamo affatto al nostro me che facciamo il lavoro migliore, che esercitiamo la nostra migliore influenza. Tutti i grandi geni sanno questo. Apriamoci dunque all'Attore Divino unico, lasciamolo agire senza metterci nulla di nostro. “O Arjuna! Nessun dovere mi spetta nel mondo intero”, dice Krishna. Siate perfettamente rassegnati; non lasciatevi turbare da niente; solo in quel caso potrete fare un vero lavoro. Gli occhi non possono mai vedere le forze reali, noi possiamo vederne solo i risultati. Allontanate il me, perdetelo, dimenticatelo; lasciate semplicemente che Dio faccia il suo lavoro, è affar suo. Non dobbiamo far altro che tenerci da parte e lasciar lavorare Dio. Più ci ritiriamo e più Dio penetra in noi. Sbarazzatevi del piccolo me e lasciate che esista solo il grande Me.

 

Noi siamo ciò che i nostri pensieri hanno fatto di noi, e dunque sorvegliate i vostri pensieri. Le parole sono secondarie, i pensieri vivono e percorrono grandi distanze. Ogni nostro pensiero è colorato dal nostro carattere, cosicché per l'uomo santo e puro la battuta come l'insulto saranno contrassegnati dal suo amore e dalla sua purezza e faranno del bene.

 

Non desiderate nulla: pensate a Dio e non aspettatevi niente in cambio; essere senza desideri porta dei risultati. I monaci mendicanti portano la religione alla porta di tutti gli uomini, ma essi credono di non realizzare nulla, non domandano nulla, il loro lavoro si fa inconsciamente. Se gustassero i frutti dell'albero della conoscenza diventerebbero egoisti e tutto il bene che fanno sparirebbe. A partire dal momento in cui diciamo “io”, facciamo continuamente delle sciocchezze, e chiamiamo questo “conoscenza”, ma in realtà non facciamo altro che girare e girare in tondo come un bue legato ad un albero. E' il Signore che si mostra meno, e il suo lavoro è il migliore; così colui che si nasconde meglio è chi realizza di più. Conquistate voi stessi e l'intero universo vi apparterrà.

 

Nello stato di sattva noi vediamo la vera natura delle cose, noi giungiamo al di là dei sensi e al di là della ragione. Il muro adamantino* che ci rinchiude è il muro dell'egoismo; noi rapportiamo tutto a noi stessi; noi diciamo: io, io faccio questo, quello e altro ancora. Sbarazzatevi di questo piccolo “io”, uccidete questo carattere diabolico che è in voi; dite: “ non sono io, ma Tu”, sentitelo, vivetelo. Finché non rinunciamo al mondo fabbricato dall'ego non potremo mai entrare nel regno dei cieli. Nessuno l'ha mai fatto, nessuno lo farà mai. Abbandonare il mondo è dimenticare l'ego, non conoscerlo più, è vivere nel corpo ma non attraverso il corpo. Questo miserabile ego dev'essere annientato. Benedite quelli che vi ingiuriano. Pensate a tutto il bene che vi fanno; non possono far male che a se stessi. Andate dove le persone vi odiano, lasciatele cacciare il vostro ego lontano da voi a colpi di frusta, e così vi avvicinerete al Signore. Come mamma scimmia, noi stringiamo nelle braccia il nostro piccolo, il mondo, il più a lungo possibile, ma quando, finalmente, siamo spinti a gettarlo a terra e a calpestarlo**, allora siamo pronti a raggiungere Dio. Benedetto è colui che è perseguitato per la causa della giustizia. Benedetti siamo noi se non sappiamo leggere, perché meno cose ci allontanano da Dio.

 

Il piacere è il serpente dalle centomila teste che dobbiamo schiacciare col tallone. Noi rinunciamo e progrediamo, ma non troviamo niente e ci disperiamo; ma tenete duro, nonostante questo tenete duro! Il mondo è un demonio. E' un regno dove il piccolo ego è il re. Allontanatelo e siate saldi sui vostri piedi. Rinunciate alla lussuria, all'oro e alla gloria e attaccatevi saldamente al Signore; e noi raggiungeremo finalmente uno stato di indifferenza perfetta. L'idea che la soddisfazione dei sensi procuri il piacere è puramente materialista. Non si trova con lei una sola scintilla di vera gioia: tutta la gioia che può esistere non è che un riflesso della vera felicità.

 

Coloro che si consacrano al Signore fanno di più per il mondo che i sedicenti lavoratori. Un uomo che si è completamente purificato ha più influenza di un reggimento di predicatori. E' dalla purezza e dal silenzio che nasce la parola di potenza.

 

“Siate come il giglio, restate dove siete, aprite la vostra corolla e le api verranno da sole”. C'era un grande disaccordo tra Keshab Chandra e Sri Ramakrishna. Quest'ultimo non ammise mai la presenza nel mondo di alcun peccato, di alcuna miseria, di alcun male da combattere. L'altro, al contrario, era un grande riformatore moralista, capo del Brahmo-Samaj. Eppure, in dodici anni, il pacifico profeta di Dakshinaswar ha fatto una rivoluzione non solo in India, ma nel mondo intero. Il potere appartiene alle persone silenziose che non fanno che vivere e amare e che eliminano la loro personalità. Essi non dicono mai né “io” né “il mio”; essi sono felici di essere semplici strumenti.

 

Sono uomini così che fanno il Cristo e il Buddha, sempre viventi, completamente identificati con Dio; essi vivono sempre esistenze ideali, senza mai chiedere nulla, senza mai fare nulla coscientemente. Sono loro che fanno veramente muovere il mondo, essi sono gli jivanmuktas, assolutamente privi di egoismo, senza la minima ambizione, con la loro piccola personalità completamente spazzata via, essi sono puro principio, senza persona.

*che ha la purezza e la durezza del diamante.

 

** la scimmia ama molto il suo piccolo finché è al sicuro, ma in caso di pericolo lei non esita a gettarlo a terra e a calpestarlo per salvare se stessa.