Swami Veetamohananda
Gli aforismi di Patanjali
(Versetti 5-15)
Traduzione di Amanzio Borio
Noi non siamo veramente noi stessi, perché ci abbandoniamo alle circostanze. Queste circostanze non sono i semplici fatti della vita e del mondo, sono anche, se non in misura maggiore, le idee che abitano il nostro mentale. Queste idee governano tutti i fatti della vita, dirigono il mondo. Esse creano in noi il bisogno di seguirle e di obbedirle, esattamente come noi ci creiamo dei bisogni nella vita, quali tavole, sedie, edifici, strade, città, ponti, etc. Le idee fanno funzionare gli organi del corpo come se fossero degli utensili. Noi sappiamo bene, consultando la storia, quante idee strane possono esser causa della caduta di una civiltà, per quanto prospera o stabile possa essere apparsa.
Senza dubbio, molti tra di noi hanno lottato contro le cattive idee che ingombrano il nostro mentale. Malgrado ciò, abbiamo dovuto far fronte a dei fallimenti ed abbiamo creduto che la padronanza del mentale non fosse cosa per noi. Riguardo a questa incapacità, non abbiamo bisogno di un superallenamento: il controllo del mentale non è mai stato un compito facile, perfino per il più nobile degli uomini.
La Baghavad Gita, al capitolo 2, versetti 60 e 67, ci dice:
“Anche il mentale dell'uomo saggio che si sforza verso la perfezione, o Arjuna, è trascinato dalla turbolenza veemente dei sensi”. E ancora : “Perché il mentale che segue la scia dell'erranza dei sensi provoca sulla discriminazione lo stesso effetto di un vento impetuoso sui velieri”.
Buddha insegna: “Se un uomo, in battaglia, si impadronisce mille volte di un migliaio di di nemici, e un altro conquista se stesso, è quest'ultimo il più grande dei conquistatori”.
Controllare il mentale è il compito più difficile che si possa immaginare. E' veramente un lavoro da eroi. E questo perché i fallimenti non dovrebbero essere presi troppo sul serio: dovrebbero essere considerati come degli inviti a perseguire sforzi più determinati, più sostenuti, più intelligenti per indirizzare le nostre idee verso la buona direzione.
Un mentale mal indirizzato compromette l'integrazione della personalità. Una personalità che non è integrata avrà sempre la tendenza a divenire imprevedibile, anche nelle circostanze più favorevoli non potrà realizzare le sue potenzialità o soddisfare le sue aspettative. E' così che si diventa agitati, che si perde la pace dello spirito e la gioia.
La vittima di numerosi moti nefasti di passione ed emozione può sviluppare attitudini mentali ostinate. Come potremmo ottenere una relazione umana in qualche modo corretta con una siffatta personalità? E' così che siamo condotti all'asservimento. Per liberarsene bisogna conquistare il proprio mentale. Ma, come arrivarci?
Patanjali ci dice in che modo dominare le nostre idee. Con “controllo del mentale” egli non vuol dire che bisogna sopprimere le idee, ma che si deve guidare il mentale nella buona direzione.
Quali sono le modificazioni della sostanza del mentale?
Patanjali ci dice nel versetto 5: “Vritayah panchatayyah klista aklistah” Ci sono cinque tipi di onde di pensieri o modificazioni della sostanza del mentale. Alcune sono dolorose, altre gradevoli a seconda del tempo, dello spazio e della persona.
Nel versetto 6 leggiamo: “Pramana - viparyaya - vikalapa - nidra – smritayah”. Sono: la conoscenza corretta, la concezione errata, l'illusione o allucinazione, il sonno e la memoria. Queste cinque modificazioni sono sempre piacevoli quando sono a favore della coscienza dell'ego, sono invece dolorose quando le sono sfavorevoli. Vediamo ora di comprendere queste modificazioni una per una.
Versetto 7: che cos'è pramana,ovvero la conoscenza corretta?
Patanjali dice nel settimo aforisma: Pratyaksa anumana agamah pramanami. Le differenti specie di conoscenza corretta sono la percezione diretta, la deduzione e le testimonianze delle Scritture. Tutto ciò che i nostri sensi percepiscono è conoscenza corretta, a condizione che non ci sia alcun elemento erroneo. Tutto ciò che deduciamo dalla nostra percezione diretta è ugualmente conoscenza corretta, a condizione che il nostro ragionamento sia corretto. Le Scritture sono basate sulla conoscenza supercosciente ottenuta dai grandi maestri spirituali in stato di yoga perfetto, è per questo che che sono giusta conoscenza. Esse rappresentano una sorta di percezione diretta ben più immediata della percezione dei sensi, e le verità che esse insegnano possono essere verificate da tutti coloro che raggiungono questa visione supercosciente.
Versetto 8: che cos'è vyparyaya, ovvero la concezione errata?
Esiste una conoscenza che è falsa e che non è basata sulla vera natura dell'oggetto.
Sentite questa storia raccontata da Sri Ramakrishna. Un uomo passeggiava nella foresta e vide un camaleonte su un albero. Disse ai suoi amici:”ho visto una lucertola rossa”. Ed era pienamente convinto che la lucertola fosse rossa. Un'altra persona, dopo essere andata a vedere lo stesso albero disse: “ho visto una lucertola verde”. E, pienamente convinto sosteneva che la lucertola era verde. Allora, l'uomo che viveva sotto l'albero disse loro: “Tutti e due voi dite il vero. Il fatto è che l'animale è a volte rosso, a volte verde, altre volte giallo e capita che non abbia colore del tutto”.
Questa è la conoscenza corretta. Tutto il resto è conoscenza errata.
Conoscete certamente anche la storia classica della corda che, nell'oscurità, è scambiata per un serpente. Questa conoscenza erronea ci conduce alla paura e a tutte le sue conseguenze.
Versetto 9: che cos'è vikalapa, ovvero l'allucinazione?
L'allucinazione è una percezione psicologica che non ha alcun oggetto corrispondente. “Le corna di coniglio” o “Alice nel paese delle meraviglie” sono esempi di quest'idea.
Le basi psicologiche dell'allucinazione potrebbero essere queste: un desiderio, un'aspettativa quando sono negate dal mentale, e in particolare la coscienza dell'ego le reprime o le rimuove, restano nell'inconscio. La repressione e la rimozione continue sono permesse se vengono ignorate, la dissimulazione del desiderio soppresso o rimosso appare nel mentale cosciente. Le allucinazioni possono essere di origine fisica quanto psicologica.
I disordini del contenuto del pensiero producono le illusioni che conducono alle false convinzioni. La megalomania, l'autocritica, le malattie immaginarie, etc. entrano in questa categoria.
Versetto 10: che cos'è nidra, ovvero il sonno?
Il sonno è l'idea basata sulla concezione dell'assenza. Diciamo che il sonno senza sogni è un'esperienza positiva del nulla, non è l'assenza di onde di pensieri. E' per questo che il sonno non va confuso con lo stato di yoga senza onde di pensieri. Se non ci fossero onde di pensieri nel mentale durante il sonno, non ci risveglieremmo ricordando che abbiamo dormito e che abbiamo dimenticato tutto. L'individuo resta la stessa persona, anche dopo un buon sonno, perché le sue esperienze sono state unificate nel suo mentale quando è andato a dormire. Così, il legame rimasto nei pensieri ci fa necessariamente ammettere un Sé permanente che lega tutti i contenuti della coscienza.
Versetto 11: che cos'è smrita, ovvero la memoria?
La memoria è il non abbandono un oggetto di cui si è divenuti coscienti.
Poniamoci questa domanda: la memoria rappresenta unicamente l'atto del conoscere l'oggetto o si ricorda dell'oggetto stesso?
Per Patanjali la memoria rappresenta l'esperienza del momento in cui l'oggetto è presente. Abbiamo così la risposta alla doppia domanda: c'è la conoscenza che è la ripresentazione dell'esperienza passata, e questa conoscenza esiste separatamente dalla memoria.
Prendiamo per esempio un incontro di calcio. Noi abbiamo nella nostra memoria che cos'è una partita di calcio. Quando guardiamo un incontro, questo è realmente quello che viene giocato nel momento in cui lo guardiamo. Si tratta dunque della rappresentazione/ripresentazione della nostra esperienza passata e, nello stesso tempo, della conoscenza “reale” della partita giocata proprio in quel momento.
Finora abbiamo parlato delle cinque classi o gruppi di forme nel mentale, e cioè della conoscenza corretta, della concezione errata, dell'illusione, del sonno e della memoria. Queste sono ciò che noi chiamiamo le idee nel mentale. Queste idee sono il materiale del pensiero. Tuttavia, quello che generalmente accade non è un pensiero, è un movimento del mentale. Sto guardando la mia bella macchina, ben presto questo diventa il punto di partenza di un movimento del mio mentale. Comincio a pensare a chi me l'ha regalata, alla maniera in cui l'ho guidata, a come ho avuto un incidente, a quanto ho dovuto spendere per le riparazioni, etc.,tutta una sorta di buoni e cattivi pensieri che vanno e vengono. E' qui che Patanjali ci consiglia di controllare i nostri pensieri. Noi tutti cerchiamo di controllare i nostri pensieri. Saperne di più per riuscirci meglio è sempre una buona cosa.
Chi può aiutarci in questa materia? Ebbene sì! Unicamente coloro che hanno già un perfetto controllo del loro mentale.
Il controllo del mentale è un gioco interiore molto interessante. Per giocare questo gioco, come ogni altro gioco, abbiamo bisogno di trovarlo divertente, di applicarvi tutto il nostro talento, la nostra vivacità, il nostro senso dello humour, la nostra bontà di cuore, il nostro senso della strategia, la nostra pazienza, etc.
Naturalmente, dobbiamo anche essere coraggiosi e non perderci d'animo di fronte ai numerosi fallimenti. Ascoltiamo l'insegnamento della Baghavad Gita (capitolo sei, versetto trentacinque):”...il mentale agitato è difficile da controllare, ma può esser controllato attraverso la pratica e il non attaccamento”.
Versetto 12: il controllo delle onde di pensieri si realizza attraverso la pratica e il non attaccamento.
A questo proposito, dobbiamo conoscere tre fatti fondamentali: primo, è sempre stato un compito estremamente difficile, anche per una persona coraggiosa; secondo, è tuttavia possibile controllare le fluttuazioni dei pensieri; terzo, l'unica cosa necessaria è seguire metodi ben definiti.
La pratica e il non attaccamento sono, senza alcun dubbio, l'unico segreto per controllare le modificazioni del mentale. Ma come possiamo portarli nel nostro quotidiano?
Ascoltiamo Sri Ramakrishna: “Per tutto il tempo che queste passioni (sta parlando della bramosia, della collera,etc.) sono dirette verso il mondo e i suoi oggetti, esse si comportano come dei nemici. Ma quando sono dirette verso Dio, esse diventano le migliori amiche dell'uomo, perché lo conducono verso di Lui. Il desiderio per le cose di questo mondo deve essere cambiato in desiderio per Dio. La collera che un uomo sente per un altro, dovrebbe essere rivolta a Dio, che ci manda in collera perché non ci si rivela. Bisogna comportarsi con tutte le passioni allo stesso modo. Esse non possono essere sradicate, ma possono essere educate”.
E' proprio così, le passioni non possono essere sradicate, possono essere educate. E possono essere purificate. Se noi le dirigiamo verso oggetti inferiori, resteremo ad un livello inferiore. Se le leghiamo ad obiettivi superiori ci eleveremo. Se noi le fissiamo allo Spirito Supremo, la loro forza conduttrice ci eleverà verso di lui ed esse, dal canto loro, saranno educate e purificate. E cesseranno di essere passioni nel senso ordinario del termine. Dopo che una persona abbia sperimentato che egli è il Sé e non il complesso mentale-corpo, le passioni finiscono perché sono semplicemente un desiderio mal indirizzato. In altri termini, i desideri possono essere amici o nemici a seconda della direzione che che diamo loro. Quando un desiderio è diretto verso la Realtà, diventa lo strumento della liberazione e della gioia. Quando è diretto verso l'irreale, diventa lo strumento dell'asservimento e dell'infelicità. Ecco perché dobbiamo praticare e rinunciare.
Versetto 13: solo una lotta continua per seguire le discipline può dare il controllo delle onde di pensieri nel mentale.
La conoscenza della psicologia umana è certamente di grande aiuto. Ma noi dobbiamo assoggettarci a praticare le discipline che ci sono state prescritte.
La psicologia ci spiega che certe azioni, disposizioni e abitudini di pensiero si oppongono al nostro sviluppo personale. E conoscendole possiamo evitarle. Per esempio:
se abbiamo simpatie e antipatie, attaccamenti e avversioni è impossibile far funzionare il mentale come dovrebbe;
le cattive azioni, la crudeltà, etc. nuocciono al mentale;
l'utilizzazione di droghe, di tossici, una vita squilibrata e caotica rendono molto difficile il controllo del mentale. E' per questo che i grandi istruttori ci consigliano la moderazione in tutto, cibo, bevande, marcia, sonno, parola, etc;
il compiacimento abituale per controversie vane, una curiosità eccessiva per gli affari degli altri, l'abitudine di trovare loro dei difetti, etc., disturbano il mentale;
non dovremmo sprecare la nostra energia in ricerche futili, e non forzarci ad un'eccessiva rigidità verso noi stessi altrimenti diventeremo troppo egocentrici.
Queste sono alcune delle difficoltà che l'aspirante dovrà superare. Il mentale non può essere controllato con mezzi artificiali. Il solo metodo efficace è un difficile lavoro risoluto, paziente, intelligente, sistematico fatto secondo discipline testate e adattate.
Che cosa dobbiamo fare per essere abbastanza forti e non lasciarci attirare dagli oggetti esterni?
Versetto 14: la pratica diventa fermamente radicata quando è stata coltivata per molto tempo, senza interruzione e con una fervente devozione.
E' un po' come domare un cavallo selvaggio e farlo girare sulla pista di un circo per realizzare i suoi numeri.
Quando cominciamo a praticare la concentrazione, la contemplazione e la meditazione, quanti pensieri sgradevoli passeranno nel nostro mentale! Man mano che la pratica continua, la turbolenza del mentale può aumentare per un certo tempo. Ma, più saremo distaccati dal nostro mentale e percepiremo noi stessi, meno lui ci combinerà brutti scherzi. Piano piano, grazie a una pratica costante, le sue erranze perderanno il loro vigore.
Versetto 15: il non attaccamento è controllo di se stessi, è la liberazione dal desiderio per ciò che è visto o udito.
Ma come e perché pervenire al distacco? Ascoltiamo cosa Swami Vivekananda dice in proposito:
“ Noi siamo venuti qui per dilettarci di miele e ci ritroviamo con le mani e i piedi che si appiccicano. Siamo presi, noi che venivamo per prendere. Siamo venuti per gustare e siamo gustati. Siamo venuti per comandare e ci danno ordini. Siamo venuti per agire e e veniamo utilizzati. Continuamente dobbiamo fronteggiare questa situazione. E in tutti i dettagli della vita. Siamo utilizzati dagli uni e lottiamo sempre per avere influenza sugli altri. Vogliamo assaporare i piaceri della vita e questi piaceri indeboliscono i nostri organi vitali. Vogliamo ottenere tutto dalla natura, ma ci accorgiamo che alla lunga è la natura che prende tutto di noi – che ci spossa, che ci respinge. Se questo non accadesse, la vita sarebbe come un grande sole splendente. Ma che importa! Con tutti i suoi fallimenti e i suoi successi, con tutte le sue gioie e i suoi dispiaceri, la vita può, tuttavia, essere un susseguirsi di soli splendenti a condizione di non lasciarsi prendere.
Ecco una delle cause delle nostre sofferenze: siamo attaccati, siamo presi. E' per questo che la Gita dice agite costantemente. Agite, ma non siate attaccati, non siate prigionieri. Custodite il potere di distaccarvi da tutto, qualunque sia il vostro amore, qualunque sia il desiderio ardente della vostra anima, qualunque sia l'angoscia della sofferenza che voi temete di provare distaccandovi. Custodite il potere di abbandonare tutto, quando lo deciderete.”
La soluzione perfetta data dallo Swami è questa: "Noi mettiamo tutta la nostra energia nel concentrarci su qualcosa e nell'attaccarci lì. Ma per un altro verso,anche se questo non è più difficile, non accordiamo alcuna attenzione alla facoltà di distaccarci seduta stante da qualunque cosa.” e ancora:
“L'attaccamento e il distacco, entrambi correttamente sviluppati, rendono l'uomo grande e felice”.
Sarà capace di ottenere il meglio dalla natura solamente chi,avendo il potere di attaccarsi a qualche cosa con tutta la sua energia, avrà anche il potere di distaccarsene, quando sarà venuto il momento di farlo.
E' il potere di concentrazione e di attaccamento, tanto quanto il potere di non attaccamento che dobbiamo coltivare. Se un uomo possiede in egual misura questi due poteri, quest'uomo ha raggiunto il summum dell'umanità. Voi non potrete renderlo infelice, anche se l'universo tutto intero crollasse attorno a lui.
Come questo potere può essere ottenuto? Può essere ottenuto attraverso il controllo di sé di cui abbiamo già lungamente parlato.
Un attaccamento controllato significa una persona perfettamente concentrata, implicata personalmente in una situazione, e che, pur così implicata, tiene aperta la possibilità di ritirarsi istantaneamente a piacere. Il termine “attaccamento” qui non significa una implicazione personale avente per base un'ignoranza senza limiti.
Cosa ci succede veramente quando diventiamo attaccati, a qualsiasi cosa, in una maniera materiale? Noi diventiamo prigionieri del temporale. E qualunque sia il piacere che possiamo provare in quell'attaccamento, noi limitiamo la nostra infinitudine personale. E tutte le nostre sofferenze, in ultima analisi, sono generate dalla creazione di limitazioni artificiali all'interno di una verità illimitata.
“Non c'è felicità nel limitato. Solo nell'illimitato risiede la felicità”, dice una Upanishad.
Nell'essenza del nostro vero essere, l'Atman, noi siamo illimitati. Nessun fatto è più veritiero di questo. Ma, a partire dal momento in cui coltiviamo l'attaccamento, imponiamo dei limiti all'interno della nostra infinitudine, a un punto tale che troviamo difficile perfino credere a questo fatto del nostro essere. Resta tuttavia la speranza che queste limitazioni artificiali imposte dall'attaccamento non possano, in alcun modo, alterare la vera natura dell'Anima Universale. Sul momento, come un uomo che facesse un brutto sogno, soffriamo di angosce che non sono più reali dei sogni.
E' solo con la pratica del distacco che possiamo ritrovare la coscienza della vera natura della nostra Anima Universale.
Ora, quali metodi possiamo utilizzare, ben sapendo che che la pratica del distacco non è cosa facile e che può occupare il tempo di una vita intera, ma non è un compito impossibile.
Bene, allora:
Dobbiamo, per prima cosa, prendere la decisione di farlo. Questa decisione dovrà essere basata sulla chiara comprensione delle ragioni per cui il distacco deve essere praticato. Questa comprensione sarà rafforzata se pratichiamo il fatto di guardare con gli occhi bene aperti il fenomeno della sofferenza e della miseria nel mondo e nelle nostre vite;
non dobbiamo aspettarci di essere liberati dai nostri attaccamenti in una bella mattina di sole;
così come gli attaccamenti sono coltivati deliberatamente e giorno dopo giorno, anche se lo facciamo così senza saperlo, il distacco dovrà essere coltivato deliberatamente e giorno dopo giorno, con una serietà pari se non superiore;
tentare di praticare il distacco con violenza sarà inefficace. Così come lo saranno tentativi troppo timidi.
Ci sono due metodi per praticare il distacco, uno per coloro che credono in un Dio personale, un altro per quelli che non ci credono, ma sono dei ricercatori della Realtà spirituale.
Nella via dell'Amore del Divino, che è la meno difficile, dobbiamo divinizzare le nostre emozioni e i nostri attaccamenti, vale a dire trasferire il nostro attaccamento dalle cose del mondo a Dio. Più grande sarà il nostro attaccamento per Dio e le cose divine, meno lo sarà quello per il mondo e le cose del mondo.
Nella via della discriminazione divina dobbiamo assumere la posizione del testimone di fronte a tutto ciò che accade nel mondo, così come nel nostro corpo e nel nostro mentale – azioni dei guna sui guna, satva, rajas e tamas.
Consideriamo in primo luogo, con qualche dettaglio, il metodo della pratica del distacco attraverso l'Amore per il Divino, che s'addice a tutti coloro che credono in Dio, siano essi padri di famiglia o persone che hanno rinunciato ai beni mondani.
“Vivete nel mondo” dice Sri Ramakrishna, “non siate nel mondo”.
Come possiamo compiere questa impresa straordinaria? Questo può essere fatto partendo dalla concezione che la vita in tutte le sue ramificazioni è la Realtà di Dio. Questa Realtà, per quanto nascosta, è al centro della nostra vita. Se noi l'accettiamo ne segue automaticamente che viviamo, ci evolviamo e collochiamo il nostro essere nel mondo di Dio. In lui, tutto, compresi noi stessi e tutto ciò che consideriamo come nostro, fa parte di Dio. Tutto ciò che viene da Dio, resta in Dio ed è assimilato in lui. Dio è la nostra vera famiglia, il nostro tesoro e lo scopo della nostra vita.
Nel profondo del nostro cuore dobbiamo sapere che niente e nessuno ci appartiene. Tutto appartiene a Dio, da cui tutto è partito. Nella misura in cui Dio ci appartiene, solo in questa misura, e solamente in questa logica, tutto ci appartiene. Ma siamo talmente impregnati dalle illusioni del “me” e del “mio”, che non sarà facile mantenerci in questa verità, a meno che, di quando in quando, non cerchiamo la solitudine e non rimaniamo completamente soli con Dio per pregare intensamente e senza sosta per il suo amore.
La seconda maniera di praticare il distacco è la via della discriminazione.
La nota dominante di questo metodo è il fatto di restare “interiormente liberi” da qualunque luogo, qualunque azione, qualunque occupazione e qualunque relazione. Dobbiamo sempre restare padroni delle nostre azioni e non esserne schiavi, come si conviene al destino grandioso dei figli dell'immortalità.
Di solito, invece di mantenerci liberi da ogni luogo, azione e occupazione, abbiamo la tendenza ad essere asserviti, in modi diversi, grossolani e sottili, e creare continuamente dei problemi a noi stessi e agli altri.
Agendo, diventiamo utilizzati. Possedendo, diveniamo posseduti. Amando, diventiamo cotti. Cominciamo a bere, poi diventiamo ubriachi. Nelle nostre occupazioni, raramente siamo senza preoccupazioni. Quando doniamo, siamo incatenati dall'attesa dei ringraziamenti. Nella pietà, siamo prigionieri dei dogmi. Nel patriottismo, siamo asserviti dal nostro sciovinismo.
Nonostante la nostra situazione interiore sia normalmente così come l'ho descritta, la via verso la libertà interiore ci resta sempre aperta. Il segreto è questo: bisogna essere un testimone. L'Anima Universale, l'Atman, dev'essere il testimone di ciò che accade nella nostra vita. Allora sì che non saremo più finti, allora sì che taglieremo tutti i nostri attaccamenti alla radice.
Lavorare con ardore, senza essere assoggettati dall'attesa dei risultati, è agire come un maestro che che è libero interiormente. Mantenere costantemente la posizione di colui che dona, senza aspettarsi nulla in cambio, è donare come un maestro che è interiormente libero. Amare tutto il mondo nella pienezza del proprio cuore, senza essere prigioniero del particolare, è vivere come un maestro che è interiormente libero.
Questo uomo-testimone, che non è attaccato al non-essere, può vivere in mezzo alle avversità. Non sarà mai turbato. Egli sarà sempre splendente di pace e di gioia. Il suo volto testimonierà che egli vive una vita centrata sull'Atman.