Swami Veetamohananda
VIVEKA CHUDAMANI
(Il gran gioiello della discriminazione) - (24-32)
Traduzione a cura di Amanzio Borio
Prima di continuare lo studio del Viveka Chudamani , Il gran gioiello della Discriminazione , vi riassumerò rapidamente il contenuto dei primi versetti che hanno costituito l'oggetto delle nostre due ultime conferenze.
La coscienza profonda esiste sempre in noi. Essa è il tratto costante d'ogni esperienza. E questa coscienza reale è L'Essere Assoluto. Il senso dell'ego, che chiamiamo “io” e che è irreale, deve sparire, perché è lui la causa d'ogni ignoranza.
Shankara scrive: “ Brahman – l'esistenza, la conoscenza e la felicità assolute – è reale. L'universo non è reale. Brahman e Atman sono uno”.
Per lui, il mondo “è e non è”. Ogni giorno sperimentiamo il mondo secondo il nostro stato di coscienza. Questo stato di coscienza cambia e l'esperienza dell'apparenza del mondo cambia anch'essa. Nello stato trascendentale il mondo non è sperimentato, e dunque cessa di esistere.
Il Vedanta dice che il Sé, l' Atman , non è un'entità creata. Esso esiste di per se stesso, esso è UNO con Dio. Nessun abisso separa l'anima da Dio. Dio non è un soggetto <completamente altro>. Tutti e due appartengono alla stessa categoria del Sé: l'anima è il sé individuale, lo jivatman , Dio è il Sé Supremo, Paramatman .
Naturalmente il Vedanta ammette l'esistenza del non-essere sotto la forma di Maya che separa l'anima da Dio e dall'Universo. Ma Maya stessa è irreale e dunque anche il non-essere lo è. Le tre angosce del senso di colpa, di nonsenso della vita e di morte sono considerate non come forme di non-essere, ma come prodotti dell'ignoranza. Se si accetta questo punto di vista, la battaglia principale della vita dovrebbe essere quello di eliminare l'ignoranza sulla vera natura del Sé. E' così che bisogna lottare contro il non-essere.
Le Mahavakyas , le Quattro Grandi Massime dei Veda l'esprimono così: Io sono Brahman , Questo Atman è Brahman , Brahman è coscienza e Tu sei Quello.
Solo la percezione del Sé e la sua unione continua con Brahman vengono considerate come la liberazione finale. E questa non può che essere conseguita attraverso i meriti di cento bilioni di vite vissute all'insegna del bene.
Cerchiamo di capirlo: è solo con la grazia di Dio che si possono ottenere questi tre preziosi privilegi: una nascita (in forma) umana, un'aspirazione ardente per la liberazione e la protezione benevola di in saggio perfetto.
La riuscita dipende dalle qualificazioni dell'aspirante. Quattro qualificazioni sono indispensabili per stimolare la devozione alla Realtà:
- la discriminazione tra il Reale e l'irreale ( viveka )
-la rinuncia ai frutti delle proprie azioni
-la pratica dei sei attributi, vale a dire: sama , o la serenità; dama, o il controllo di sé; titiksa , la pazienza; shraddha , la fede nelle Scritture e nel guru; samadhana , la stabilità dell'anima; uparati , l'equilibrio del mentale
-l'aspirazione alla liberazione, mumuksutva .
Passiamo ora ai versetti dal ventiquattro al trentacinque che costituiscono l'argomento di oggi.
24. Noi possiamo accedere alla coscienza superiore in qualunque luogo ed in qualunque momento. Non è dunque il caso di dar la colpa alle circostanze. Ma perché? La nostra prima reazione spontanea può, certamente, essere quella di impietosirci di noi stessi, di fuggire o ribellarci. Ma dobbiamo assumere un atteggiamento positivo e dinamico d'accettazione e non di rassegnazione o disaccordo. Ci accorgeremo allora naturalmente che possiamo comprendere meglio quel che ci viene incontro, comprenderne il messaggio, trarre vantaggio dai suoi punti deboli e, se lo vogliamo, combatterlo con efficacia.
E invece di sopravvivere solamente, feriti, scoraggiati e frustrati, dovremmo uscirne arricchiti d'una conoscenza più giusta. Questo è quello che insegna anche la Baghavad Gita .
“Pratichiamo l'accettazione degli inevitabili disordini presenti e futuri della nostra vita interiore”, insegna Sri Shankara . La paura, la depressione, l'irritazione, etc. possono essere alleviate in diverse maniere, ma non saranno mai completamente eliminate dall'esperienza umana. Combattendo questi smarrimenti diamo loro energia e creiamo un circolo vizioso. Accettandoli per quello che sono li priviamo del loro potere. Per esempio, invece di essere irritati dalla nostra irritazione, o depressi dalla nostra depressione, cosa che non può che aggravare il problema, dobbiamo allenarci ad astenerci.
E' quello che Shankara chiama, in questo ventiquattresimo versetto, titiksa , la longanimità, la capacità di sopportare ogni tipo d'afflizione senza ribellione, senza lamentele, completamente liberi dall'ansia.
25 . Ci viene dunque consigliato di accettare l'inevitabile del presente e del futuro. E ci viene anche detto di non far confusione con ciò che viene generalmente chiamato l' accettazione cieca. “Accettare quello che è vero, quello che insegnano le Scritture ed il Maestro spirituale, grazie ad una decisione deliberata dell'intelletto, viene chiamato shraddha , la fede”. Questo significa che tutto il mentale deve pervenire ad uno stadio perfetto di fiducia nella verità delle istruzioni ricevute. Se il nostro cuore non sarà completamente diretto verso la pratica di queste istruzioni, il progresso sarà ostacolato.
La storia che segue servirà a far chiarezza su questo punto.
Un uomo, un giorno, aveva preso in trappola un uccello. “Signore -disse l'uccello- voi avete mangiato un bel po' di mucche e di agnelli nella vostra vita. Come potete essere ancora affamato? Il minuscolo pezzo di carne attaccato alle mie ossa non potrà nemmeno soddisfarvi. Se voi mi restituite la libertà, vi confiderò tre segreti sulla saggezza. Per il primo starò sulla vostra mano, per il secondo volerò sul vostro tetto, e per il terzo vi parlerò dal grande ramo di quell'albero che c'è laggiù”. L'uomo era interessato. Liberò l'uccello e lo depose sulla sua mano. “Non credete in ciò che è insensato, chiunque lo racconti”, disse l'uccello, poi prese il volo e si appollaiò sul tetto. “Non vi affliggete per ciò che è passato, è il passato. Non rimpiangete mai ciò che è accaduto. Ah! Ci credete? -continuò- Ho nel mio corpo un'enorme perla che pesa almeno quanto dieci monete di rame. Essa era destinata in eredità a voi e ai vostri figli. Ma ora l'avete perduta. Avreste potuto possedere la più grossa perla al mondo, ma evidentemente questo non vi doveva capitare”. L'uomo cominciò a lamentarsi. L'uccello gli disse:” Non vi ho forse appena detto di non piangere su ciò che è passato, ed anche di non credere a ciò che è insensato? L'intero mio corpo pesa molto meno di dieci monete: come potrebbe contenere una perla di quel peso?” L'uomo si riprese e disse: “D'accordo, rivelami il terzo segreto”. E l'uccello: “ Sì, voi avete fatto buon uso dei primi due! Ecco il terzo: non date consigli a qualcuno che è instabile o addormentato. Non gettate semi sulla sabbia”.
Possiamo ricevere buoni insegnamenti, ma, senza una corretta comprensione, li ignoreremo e li interpreteremo erroneamente. E' così che veniamo colpiti dai momenti difficili di ansia e attaccamento. Si tratta di ciò che chiamiamo inganni.
Sri Ramakrishna racconta una storia che chiarisce ulteriormente il senso degli insegnamenti di questo venticinquesimo versetto:
Un sant'uomo viveva, con numerosi discepoli, in una foresta. Insegnava loro a vedere Dio in tutti gli esseri e ad inchinarsi davanti a tutti loro. Un giorno, un discepolo andò nella foresta a raccogliere della legna per il fuoco del sacrificio. Improvvisamente, udì delle forti grida: “Mettetevi in salvo! Presto! Sta arrivando un elefante impazzito!” Tutti scapparono, tranne lui, che non si mosse. Egli pensava che anche l'elefante era Dio sotto un'altra forma. Perché avrebbe dovuto scappare? Rimase dunque là, s'inchinò e cominciò a cantare le sue lodi. La guida dell'elefante gli gridò: “Allontanatevi! Allontanatevi!” Ma l'uomo continuava a rimanere immobile. Allora l'elefante l'afferrò con la sua proboscide, lo scagliò con violenza da un lato e continuò la sua folle corsa. Ferito, tutto ammaccato, il discepolo giaceva a terra privo di sensi. Venendo a sapere cosa gli era successo, il Maestro ed alcuni dei suoi discepoli lo condussero all'eremo e lo curarono. Quando ebbe ripreso conoscenza, uno dei discepoli gli domandò: “Sapevi bene che l'elefante stava arrivando, perché sei rimasto sul suo cammino?” Egli rispose: “ Il nostro Maestro ci ha insegnato che Dio prende ogni forma, tanto di animali quanto di esseri umani. Ho pensato che era Dio-elefante che arrivava e quindi non sono scappato”. Allora il Maestro disse: “E' vero, ragazzo mio, che era Dio-elefante che arrivava, ma il Dio-guida ti aveva avvisato di non restare là. Essendo entrambe manifestazioni di Dio, perché non hai ascoltato quello che diceva la guida? Perché non hai tenuto conto delle parole sensate del Dio-guida?”
E' indispensabile avere un intelletto dotato del potere di comprensione e applicare un giusto giudizio.
26 . Studiamo adesso il versetto ventisei:
“Quello che chiamiamo Samadhana , la stabilità dell'anima, non è una semplice curiosità compiacente dell'intelletto nello studio della verità, è una concentrazione costante sul Brahman sempre puro (la Realtà)”.
Ecco una storia che illustrerà questo versetto:
Mai nulla poteva turbare Swami Saradananda , un discepolo diretto di Sri Ramakrishna . Swami Brahmananda aveva un ascesso alla mano e gli venne raccomandato di farsi operare. Swami Saradananda accompagnò il chirurgo in battello da Calcutta a Belur Math. Quando furono in mezzo al Gange, minacciò un temporale e s'alzò una forte ondata. Il battello era sul punto di rovesciarsi. Swami Saradananda stava fumando il narghilè e continuava a farlo come se non stesse accadendo nulla di grave. Questo fu troppo per la pazienza del chirurgo. Egli afferrò il narghilè e lo gettò in acqua gridando: ”Voi siete veramente un tipo strambo! Il battello sta per affondare e voi ve ne restate seduto continuando a fumare!” Restando calmo davanti all'affronto del chirurgo, lo Swami disse tranquillamente: “Pensavo fosse meglio continuare a fumare ed aspettare a nuotare che il battello fosse davvero affondato!” In effetti, il battello non affondò ed essi arrivarono sani e salvi a terra. Che bell'esempio di stabilità interiore perfetta.
Possiamo domandarci perché abbiamo bisogno della stabilità dell'anima. Essa rende realizzabili tre esigenze fondamentali:
essa ci protegge dalle forze ostili, tanto interiori quanto esteriori; essa ci aiuta ad avere una vita piena di senso, sana e creatrice; essa ci garantisce una gioia senza limiti, aldilà dei sensi. Questa gioia non può essere raggiunta che attraverso un mentale puro, come quello di Swami Saradananda .
Questa stabilità dell'anima è una delle qualità essenziali richieste all'aspirante. La concentrazione ci assicura abbastanza spazio di modo che la saggezza ci liberi da ogni pensiero e da ogni sentimento inutile. E' la saggezza che ci aiuta a produrre un potente impulso d'energia che permette di non lasciarci trascinare, senza sosta, verso gli oggetti dei sensi. Essa permette anche d'esprimere ogni impulso d'energia, di identificarci con ogni pensiero ed ogni sentimento utile. E' il solo modo di coltivare l'amore puro.
27. Il versetto ventisette spiega che cos'è l'aspirazione alla liberazione, mumuksutva : “E' il desiderio di liberarsi da ogni asservimento -da quello dell'egoismo fino a quello del corpo- attraverso la realizzazione della propria vera natura”.
L'asservimento è provocato dall'ignoranza.
“Alba e crepuscolo, luce diurna ed oscurità, inverno e primavera è tutto un va e vieni, perfino il corso del tempo è birichino. La vita stessa ben presto declina. Ma la vana speranza dell'uomo, ahimè, va avanti, infaticabile, e continua ancora ed ancora”. Come nasce quest'ignoranza? “Alla ricerca di calore, il mendicante si rannicchia tutto presso il fuoco. Oppure si siede al sole per riscaldarsi. La notte, si corica per dormire e si raggomitola su se stesso per proteggersi dal freddo. Affamato , mangia quel che trova. Non è forse asservito ad una speranza disperata?”
La vita è incerta, assomiglia ad una goccia di pioggia sulla lucida foglia d'un loto. Tutta l'umanità è in preda al dispiacere, all'egoismo ed alla sofferenza. “Controllate i vostri sensi ed il vostro mentale e cercate di scoprire il Signore nel vostro cuore”, ci insegna Shankara .
28 . “Quest'aspirazione per la liberazione può essere presente ad un grado leggero o moderato. Essa si svilupperà e diventerà sempre più intensa attraverso la grazia del Maestro, la pratica della rinuncia e delle virtù, come la serenità etc. E questo darà sicuramente dei frutti”.
Per chi ha l'intelletto limitato, il meglio è avere la fede e praticare una disciplina spirituale rigorosa. Per l'aspirante d'intelletto medio, la miglior pratica potrebbe essere quella di considerare tutte le cose oggettive come illusorie, impermanenti , etc. Chi possiede un intelletto superiore è certamente capace d'esercitare il suo potere di volontà ed astenersi da ogni desiderio materiale e da ogni azione. L'intelletto puro diventa allora il mezzo, o la grazia, per tagliare tutti i nodi dell'esistenza materiale, dei desideri e dell'asservimento.
29 . Il ventinovesimo versetto afferma: “Quando la rinuncia e l'aspirazione alla liberazione sono presenti ad un grado elevato, la pratica della serenità e delle altre virtù portano i loro frutti e conducono alla meta”.
Ecco un'altra storia.
Per un certo tempo, Maharaj aveva fatto voto di non chiedere né cibo né qualunque altra cosa necessaria a nessuno. Normalmente, un fedele anonimo collocava del cibo davanti alla sua porta. Ma in certi giorni, nessuno gli portava niente. Un giorno che era seduto silenziosamente, arrivò uno straniero e depose un coperta nuova accanto a lui. Qualche istante dopo, arrivò un secondo straniero e portò via la coperta. Maharaj non si era mosso. Sorrise dentro di sé osservando lo strano gioco della Madre Divina.
30 . “Quando la rinuncia e l'aspirazione per la liberazione sono deboli, la serenità e le altre virtù sono una semplice apparenza, come i miraggi nel deserto”. Cerchiamo di comprendere quest'affermazione di Shankara nel trentesimo versetto ascoltando Sri Ramakrishna : “Esistono diverse forme di rinuncia. Una di esse, che potrebbe essere chiamata <la rinuncia della scimmia> è una finta rinuncia, provocata dalle afflizioni del mondo. Prendiamo il caso d'un bambino orfano di padre. La madre si guadagna faticosamente la vita con un lavoro privo d'ogni interesse. Il ragazzo perde la sua in un'occupazione anch'essa insignificante. La situazione lo fa pensare alla rinuncia. Indossa gli indumenti ocra dei monaci e va nella città sacra di Benares. Qualche giorno dopo scrive a casa: “Ho trovato un lavoro sicuro...”. Nello stesso tempo cerca di comprare un anello d'oro e dei vestiti di lusso, etc. Come potrebbe reprime la sua sete di piacere?”
La rinuncia intensa ed autentica è un distacco completo con una perfetta conoscenza dell'impermanenza degli oggetti dei sensi. Senza questa rinuncia intensa associata ad un desiderio di liberazione, le altre pratiche possono essere spazzate via da un istinto potente d'infatuazione o da qualche attaccamento potente e cieco.
31 . Il versetto trentuno ci spiega il bisogno di devozione per liberarsi. Shankara definisce la devozione come “la ricerca della propria natura reale”. Si tratta di un punto di vista non dualistico. I dualisti la definiscono come l'amore del Signore Supremo, come la natura dell'amore estremo, un estremo attaccamento al Signore, etc.
Noi ci aspettiamo molto dalla vita. Ma, sfortunatamente, in quello che cerchiamo ed in quello che otteniamo è nascosta un'ironia sconcertante. C'è tuttavia un significato creativo in quest'ironia. Attraverso la prova e l'errore, l'esperienza e il fallimento, la delusione e l'ammaestramento, siamo condotti a desiderare questa cosa suprema a cui quest'ironia non può mai applicarsi. E questa cosa suprema è l'amore della Realtà. E' la più grande cosa che possiamo ottenere dalla vita.
L'amore della Realtà non può mai dare dispiacere a coloro che lo possiedono. Narada , il grande maestro di devozione, dice: “La devozione è quella cosa grazie a cui, una volta ottenuta, si diventa perfetti, immortali e completamente soddisfatti”.
Il vero aspirante non ama la Realtà per desiderio della soddisfazione che procura il mondo. La devozione, per lui, è un fine in se stesso. Egli ama la Realtà per amore dell'amore. E, da questo amore sgorgano, come da una sorgente, la perfezione, l'immortalità ed una soddisfazione indicibile.
Sri Ramakrishna dice: “La devozione è essenziale. La via più adatta ai nostri tempi è lo yoga della devozione, insegnato da Narada . E' veramente la religione dei nostri tempi”. Per capire ciò, egli ci spiega: “Questo non significa che chi ama la Realtà raggiungerà uno scopo, ed il filosofo ed il lavoratore un altro. Questo significa che se una persona cerca la conoscenza di Brahman , può raggiungerla anche seguendo la via della devozione. Dio che ama i suoi fedeli può donar loro la conoscenza di Brahman se anche loro lo vogliono”.
La concezione di Sri Ramakrishna sulla devozione e sulla conoscenza è un po' diversa dalle concezioni tradizionali, siano queste dualiste o non-dualiste. Essa è basata sulle esperienze che ha realizzato dell'identità di Brahman e di Shakti (il potere di Brahman ). In questi insegnamenti, la devozione e la conoscenza sono il dritto e il rovescio di un'unica medaglia. Egli dice: “La conoscenza e l'amore della Realtà sono definitivamente uno. Non vi è alcuna differenza tra la pura conoscenza ed il puro amore”. La prova di quest'affermazione può essere abbondantemente trovata nella vita di Sri Ramakrishna ed in quella di Swami Vivekananda .
Ramakrishna si è dichiarato sostenitore dello yoga della devozione. “E' la religione dei nostri tempi”, ha detto. “Questo per una semplice ragione. E' per compassione della moltitudine che Egli lotta. Il Signore non si augura che la liberazione sia un problema per il suo fedele. Essa dev'essere il suo problema ed il privilegio del fedele. Dio s'incarna nel mondo per aiutare l'umanità e nulla di quello che fa può opporsi a Lui. Il Signore di maya sa come maya ci limita.”.
E per spiegarci meglio queste parole piene di realismo ma anche di compassione, egli aggiunge: “Seguire lo yoga della conoscenza, lo jnana yoga, è molto difficile ai nostri giorni. Per prima cosa, perché la vita dell'uomo dipende completamente dal suo cibo. Poi, perché non c'è che un corto lasso di tempo da vivere. Ed infine perché l'uomo non può, in alcun modo, liberarsi della coscienza del proprio corpo. Lo jnani (colui che pratica lo yoga della conoscenza) dice: “Io sono Brahman , io non sono un corpo. Sono aldilà della fame e della sete, della malattia e del dolore, della nascita e della morte, del piacere e della sofferenza”. Come potete essere un jnani se siete consapevoli della malattia, del dolore, della sofferenza, del piacere e di tutto ciò che vi accade?”
Il realismo compassionevole di Sri Ramakrishna non si ferma qui. In un altro contesto egli dice: “ Lo yogi che segue la via della conoscenza aspira a realizzare Brahman , il Dio impersonale, l'Assoluto e l'Incondizionato. Ma, in linea generale, un'anima siffatta farebbe meglio, ai nostri giorni, ad amare, pregare ed abbandonarsi completamente a Dio. Il Signore libera tutti i suoi fedeli ed accorderà la conoscenza di Brahman a chi ha fame e sete di Lui. Così otterrà tanto la conoscenza quanto la devozione. E gli sarà dato di realizzare Brahman . Ed gli potrà anche, se il signore lo desidera, realizzare il suo Dio Personale.”
Sri Ramakrishna vuol dire che la devozione non è solo uno strumento esclusivo del dualismo. Essa può essere anche una via personale di realizzazione dell'Impersonale, attraverso la prospettiva della via impersonale che è lo yoga della conoscenza. In questo modo, il realismo compassionevole di Ramakrishna allarga il campo dell'idealismo spirituale distruggendo le barriere che separavano la devozione e la conoscenza.
Il fatto che Totapuri , istruttore del non-dualismo, ed il suo discepolo più evoluto, Narendranath , che propendevano entrambi per l' Advaita , siano giunti ad accettare la Madre divina Kalì , è stato molto significativo non solo nella loro vita personale, ma anche per l'intera saggezza del Vedanta . Questa saggezza che Vivekananda ha appreso in maniera eccezionale da Ramakrishna , egli l'ha insegnata più tardi come una sintesi dello yoga. Quest'insegnamento è interamente simbolizzato nell'emblema dell'Ordine di Ramakrishna .
Nell'epoca in cui viviamo, lo sviluppo della totalità del potenziale spirituale dell'uomo è un grande bisogno. Gli insegnamenti di Vivekananda sulla sintesi degli yoga sono un'apertura infinita per l'avventura spirituale.
Vediamo ora qual è la via dell'amore della Realtà.
Consideriamo dapprima che cosa la devozione apporta alla nostra vita in maniera evidente. Possiamo dire che essa assicura al fedele quattro tipi di benedizioni:
una forza conquistatrice; una forza compensatoria; una forza protettrice e liberatrice; una forza direttrice ed integrante.
32. Nel versetto trentadue Shankara accetta i punti di vista differenti degli altri istruttori sulla devozione. La devozione può essere definita come una ricerca della realtà dell' Atman. Colui che possiede le qualificazioni di cui abbiamo parlato, e che sono descritte dal versetto diciannove al trentuno, deve avvicinarsi ad un saggio che gli insegnerà la via della liberazione da ogni asservimento.
Perché un istruttore è necessario nella conoscenza dell' Atman ? Questo sarà il tema della prossima conferenza sul Viveka Chudamani .