Swami Veetamohananda
Gli Aforismi di Patanjali
( Dharana, Dhyana, e Samadhi )
Traduzione a cura di Amanzio Borio
La vita di ogni essere umano è determinata dalla concezione o dalla comprensione che egli o ella ha della realtà. E la comprensione proviene dall'esperienza. Le esperienze che il bambino ha della realtà influenzano i suoi pensieri e le sue azioni ulteriori. Quando noi ci sviluppiamo ed acquisiamo maggiore esperienza, la nostra concezione della realtà cambia. Questa evoluzione influenza il nostro modo d'essere. Dunque, è l'esperienza che determina la nostra concezione della realtà, e in questa maniera essa determina i nostri pensieri e le nostre azioni, provocando così nuove esperienze.
Nella nostra vita quotidiana non siamo consapevoli di questo ritmo ciclico. La vita “yogica” o vita reale comincia solamente quando ci risvegliamo alla realtà. La vita reale è un orientamento costante verso il fine ultimo. Il fine determina i mezzi. Ogni metodo è basato sulla realtà ultima. Dunque, noi scegliamo il nostro peculiare metodo e progrediamo verso la Realtà.
La Realtà ultima secondo il Samkya Yoga è “ purusha ”, non toccata dall'evoluzione e dai cambiamenti di prakriti . Prakriti è la causa sempre mutevole dell'intero universo.
Ora, Patanjali specifica il metodo della realizzazione del Sé distinguendo il sé da prakriti . Questa realizzazione del sé è compiuta acquisendo la conoscenza diretta dei differenti livelli di prakriti attraverso una serie di tappe di concentrazione o di meditazione. Va da sé che secondo lo yoga di Patanjali la meditazione è libera dalle idee preconcette del sé. L'attenzione viene portata in modo particolare al mentale ed alle sue funzioni, sempre con lo scopo di realizzare la vera natura del sé. L'idea fondamentale evocata secondo Patanjali è che la causa principale della sofferenza umana è l'ignoranza della vera natura di prakriti . E' questa ignoranza che tiene legata l'anima, ma quando prakriti viene scoperta, lei stessa di sua propria volontà cessa di disturbare purusha .
Così, la prima tappa è dharana , che significa stabilire l'attenzione fissa del mentale su un punto, sia nel corpo, sia all'esterno del corpo. La tappa seguente è dhyana , che significa mantenere in una corrente ininterrotta un pratyaya, o concetto, unico nel mentale.
La meditazione, che si chiama dhyana in sanscrito, è il mantenimento di una corrente stabile d'uno stesso pensiero sopra un unico oggetto ad un livello superiore della coscienza.
< Tatra pratyaya ekatanata dhyanam >
“Il mantenimento di un'unica e medesima onda di pensieri ad un determinato livello di coscienza, la meditazione è questo”.
Il solo pensiero d'un oggetto non è la meditazione. Pensare non è altro che la manipolazione d'una serie di onde di pensieri, Patanjali le chiama vrittis o pratyayas .
Il mentale ha due tendenze: un tendenza naturale che è di spostarsi continuamente da un'onda di pensieri ad un'altra. Questa tendenza del mentale ad aggrapparsi a differenti oggetti è chiamata dispersione- sarvarthata . Nella seconda tendenza, il mentale può fissarsi su di un solo oggetto, concentrarsi. La meditazione - dhyana – è una concentrazione consapevole del mentale.
Patanjali raccomanda cinque condizioni necessarie per un aspirante per dimorare stabilmente in dhyana :
in primo luogo, egli deve avere la fede - shradda - fede nel fine supremo della vita e fede nella possibilità di raggiungerlo;
in secondo luogo, egli deve possedere l'entusiasmo e l'energia prodotti dall'esercizio continuo del potere della volontà;
come terza condizione vi è il fatto che le due precedenti possono essere aiutate da una memoria fedele – smriti ;
al quarto punto vi è una immersione nella concentrazione, e al quinto la consapevolezza del Sé.
Per mantenere un flusso costante dello stesso pensiero è importante possedere una memoria stabile. E tuttavia, la meditazione non è un processo ordinario di memorizzazione. In generale noi ci ricordiamo di numerose cose. Ed alcune persone hanno una memoria straordinaria. Ma è difficile conservare una memoria costante fissando il mentale sopra una sola idea, ed è questo che dobbiamo sviluppare per meditare.
Una memoria normale ricorda le esperienze passate. Ricordare è rimanere nel passato. Noi passiamo molto tempo, nella vita quotidiana, sia a ricordarci il passato, sia ad immaginare l'avvenire. Il presente è talmente fugace che, non appena un'esperienza accade essa fa già parte del passato. Meditare non è ricordarsi del passato, è mantenere la memoria del presente. E non è neanche cercare d'impedire al presente di scivolare nel passato, nell'oblio. E' fissare il processo della memoria tutta e solo sul momento presente.
Alcuni aspiranti guardano la rappresentazione d'una Divinità, poi chiudono gli occhi e cercano di ricordarsi di ciò che hanno visto. Quest'azione porta solo a memorizzare un avvenimento passato. Essa rende la meditazione meccanica, ripetitiva. Essa affatica i nervi ed apre la porta a tutti i ricordi del passato. Ed è per questo che l'aspirante non progredisce, anche dopo anni di pratica!
La vera meditazione è l'incontro diretto con una immagine cosciente. Quando voi vedete il vostro beneamato faccia a faccia, voi vivete con lui nel presente. Affinché la meditazione assomigli a questo stato, dobbiamo guardare nel nostro cuore e “vedervi” direttamente un'immagine vivente. Questo diventa possibile solo se siamo capaci di concentrare la luce della nostra consapevolezza nelle profondità del nostro cuore. E' là che possiamo osservare ininterrottamente i movimenti dei nostri pensieri, conservare la consapevolezza di noi stessi.
I principianti possono incontrare delle difficoltà, ed è per questo che viene loro consigliato di praticare per prima cosa la preghiera e l'adorazione. Sono atti che hanno senso solo nel presente. La preghiera non può scivolare nel passato senza che ve ne accorgiate. Non appena arriva la disattenzione la preghiera si ferma. La preghiera spirituale richiede, in effetti, un intenso sforzo per essere stabilmente nell'istante presente. L'adorazione rende questo Essere più reale e diventate capaci di rimanere più a lungo nel presente. Quando quest'incontro nel presente, tra l'anima e l'immagine, è interiorizzato ed intensificato, esso diventa la meditazione.
Così, la vera meditazione è un atto che riconduce sempre il mentale nel presente. E ancora, essa è il moto di una corrente continua della consapevolezza del “me” -che è il soggetto- verso l'immagine mentale -che è l'oggetto-. Quando questo movimento, o questo impulso diventa stabile – e forse voi l'avete osservato durante le nostre sedute di meditazione guidata – l'oggetto non cambia più. Questo movimento nasce nel sé individuale e si fissa sull'oggetto. Questo impulso del sé individuale è la volontà. E' pur vero che quando cerchiamo di meditare, affluiscono dei ricordi nel mentale e ci sentiamo impotenti a questo riguardo. E tuttavia, è bene che permettiamo al mentale di vagare in questo modo. Ed educando la volontà a fissarsi sopra un oggetto l'immagine interiore diventerà costante.
E' così che noi limiteremo la nostra memoria al presente. Ed è questo la meditazione. Un'idea popolare dice che meditare è svuotare il mentale purificandolo da ogni immagine. In realtà meditare significa mantenere costante un solo pensiero, anche se potete chiamare questo “svuotare il mentale”. L'eliminazione completa di tutti i pensieri non esiste che nel sonno profondo ed in alcune rare forme superiori di raccoglimento, come il samadhi . Per questo, il mentale deve diventare libero da ogni oggetto ed oggettivare la propria tendenza. Se una persona cercasse di eliminare tutti i pensieri senza acquisire la purezza e la potenza spirituale il risultato sarebbe, in generale, una sorta di sonno o di stupore ipnotico. E su questo punto Swami Vivekananda ci dice:
“Quando alcuni cercano, senza esserne stati istruiti e preparati, di svuotare il mentale, essi hanno tutte le probabilità di non riuscire a far altro che coprirsi di tamas – l'ignoranza materiale – che rende il mentale spento e stupido e li induce a pensare che stanno facendo il vuoto nel loro mentale”.
La meditazione sul soggetto, il “me”, è chiamata aham graha apasana nel Vedanta. Ma il soggetto, qui, è il sé empirico – il riflesso o l'immagine del vero Atman – il Sé universale. L'esistenza del sé individuale è evidente ed essa non ha certo bisogno d'essere dimostrata. Ma la sua reale natura, in quanto Atman , non è evidente. E questo perché il puro Atman non può mai diventare l'oggetto della meditazione. Nel Samadhi , quando tutte le onde di pensieri sono calmate, il puro Atman brilla della sua propria luce. L'introspezione è una via diretta e come tale non è un processo meditativo.
Capita anche, a volte, che noi entriamo in uno stato di coscienza nel quale il mentale diventa calmo e vigilante. Noi sentiamo forte un profondo silenzio interiore. Ogni movimento, ogni pensiero ci appare fresco e significativo. Questo accade quando il mentale non si blocca su un'immagine particolare. Esso osserva con calma i pensieri andare e venire – come nuvole che danzano in cielo. Possiamo tenere per certo che è questo vivere nel presente. Siamo allora capaci di osservare la corrente silenziosa della vita senza essere trascinati dalla forza della sua corrente. In questo stato, il sé individuale diventa cosciente di tutto il mentale, piuttosto che d'un oggetto o d'una immagine. E' un po' come se un pesce diventasse improvvisamente cosciente dell'acqua in cui, prima, non aveva notato che altri pesci, vermi, piante, etc. Ora esso è là nell'acqua, guizzando silenziosamente con le sue pinne. E' questa sorta di calma coltivata consapevolmente che conviene per la meditazione.
Alcuni aspiranti giungono a questa coscienza meditativa grazie all'amore che hanno per la loro Divinità beneamata. Pensano a Lei con tale e tanto amore che tutto il loro essere vibra di questo unico pensiero come uno strumento musicale che producesse un solo e ininterrotto suono. Non c'è più alcuno spazio per un altro pensiero, là esiste solo la presenza vivente della Divinità indissolubilmente unita all'istante presente.
Così, nell'autentica meditazione, il mentale diventa come una corda di violino tesa entro il sé e l'oggetto. Essa vibra nel momento presente, producendo nella coscienza melodie sempre nuove.
Il mentale dell'uomo è la più grande meraviglia di tutto l'universo? Tutta la conoscenza, tutto il mistero dell'universo sono nascosti nelle sue profondità. E' importante che comprendiamo come esso funziona.
Il mentale funziona secondo tre componenti o modi o aspetti:
grahya – la cosa percepita;
il sé o il soggetto viene chiamato grathir – la persona che percepisce;
l'atto meditativo è chiamato grahana – la percezione.
E' davvero la forza di volontà che associa il soggetto all'oggetto. Dhyana è praticata su questi tre aspetti del mentale l'uno dopo l'altro. Quando dhyana è intensificata, i tre, insieme – il soggetto, l'oggetto e la volontà si avvicinano l'uno all'altro per arrivare finalmente a fondersi.
In quest'esperienza unitiva l'oggetto brilla spontaneamente senza l'esercizio del potere di volontà, ed il soggetto (il sé) appare come se avesse perduto la sua identità separata. Quest'esperienza segna la terza tappa, quella che chiamiamo samadhi nella meditazione.
Le tre tappe, insieme , dharana, dhyana e samadhi sono chiamate samyama (controllo totale) da Patanjali.
Rifletiamo sui punti importanti che concernono samyama :
1 – Samyana è un metodo puramente oggettivo. Qualunque categoria, dalle cose fisiche grossolane fino al Sé è oggettivata, trattata come un oggetto per concentrare la coscienza su di essa.
2 - E' il mantenimento d'una corrente ininterrotta d'un unico pratyaya , o onda di pensiero, nel mentale. Quando il mentale è purificato e la concentrazione diventa profonda, un'onda di pensiero unica ( pratyaya ) diventa chiara come il cristallo e comincia a riflettere la luce di purusha . Questa luce riflessa della pura coscienza viene chiamata prajna o pratibha . E' il potere dell'intuizione che rivela all'aspirante i segreti di prakriti . E' anche una sorta di fuoco interiore dello yoga che disattiva i samskaras (impressioni dell'esperienza passata). E' questo fuoco ( yogagni ) che “brucia” tutti i samskaras che non sorgeranno più di nuovo in forma di pensieri ed emozioni ( dhagda, bija, avasta ).
3 - Il samyama può essere praticato su ogni oggetto ed in ogni dove. Patanjali suggerisce anche di abbandonarsi a Dio come metodo alternativo.
Ci sono quattro piani o livelli di coscienza nella pratica del samyama .
Il primo livello, chiamato vitarka, è il mondo esteriore. La concentrazione viene praticata con gli occhi aperti su un oggetto fisico grossolano;
il secondo livello, chiamato vikara, è il mondo mentale. In questo caso la concentrazione è praticata sopra un'immagine mentale, un concetto o un sentimento;
il terzo livello, detto ananda, è la gioia. Qui la volontà – cioè il mentale stesso – è lo strumento di percezione ( grahana ) e diventa l'oggetto di concentrazione;
nel quarto livello, chiamato asmita , il soggetto stesso è oggettivato, l'oggetto della coscienza è trasferito su purusha , che si manifesta come la buddhi , o l'intelletto puro. In questo caso la concentrazione è praticata sull'esperienza del “Me”, separato da ogni altro mentale e da ogni altro oggetto fisico ( vishoka va jyotishmati - la concentrazione su uno stato interiore senza sofferenza e sulla luminosità apporta la stabilità).
Prajna , l'illuminazione, è possibile a tutti e quattro i livelli, ma la sua natura e la sua intensità variano da un livello all'altro. Al livello più elevato di asmita (coscienza dell'Io), l'illuminazione diventa un'esperienza della liberazione totale di purusha da prakriti . Gli yogi la chiamano viveka-khyati o praskhyania . Secondo Patanjali quest'esperienza ha sette tappe di libertà ( pranta-bhumis ) ( tasya saptadha pranta bhumis prajna – sette tipi di immensa percezione vengono vissuti da chi ha raggiunto questo livello di discriminazione). Questo genere di percezione caratterizza colui che è chiamato il liberato vivente ( jivanmukti ) nel Vedanta.
Finora abbiamo parlato solo di un tipo di dhyana (meditazione). In questa meditazione, un oggetto sotto forma di corrente unica di pratyaya , o pensiero, è mantenuto nel mentale. Questo tipo di meditazione su un oggetto appartiene ad una delle partizioni dello yoga conosciuta come samprajnatha ( samadhi inferiore). Patanjali menziona anche un tipo di meditazione senza oggetto in cui anche la corrente ininterrotta dell'unico pratyaya è eliminata, ed il mentale diventa completamente immerso. Questa non è una forma di meditazione ma uno stato del mentale liberato da ogni oggetto, ed è chiamato asamprajnatha . E' la seconda ed ultima tappa dello yoga che viene raggiunta dopo l'esperienza di viveka-khyati o samprajnatha samadhi . Dopo aver praticato la concentrazione ed aver raggiunto lo stato di prajna (l'illuminazione), uno yogi può ristagnare a questo livello e ritrovarsi incapace di elevarsi a gradi superiori (esempio di Sri Ramakrishna). Allo scopo di superare quest'ostacolo, lo yogi elimina l'esperienza acquisita a questo livello. A quel punto, il mentale rimane immerso durante un breve periodo, liberato da ogni pensiero ed ogni esperienza: è lo stato di asamprajnatha . Quando lo yogi riemerge da questo stato, ritrova se stesso ad uno stadio superiore. E' come immergersi profondamente in un punto di un fiume, lasciarsi portare dalla corrente per una breve distanza e riemergere poi alla superficie in un altro punto.
Lo yoga asmita-prajnata è di due categorie: a) con impressione, sabija , e b) senza impressione, nirbija . Dopo aver realizzato l'esperienza di samprajnatha a dei livelli inferiori, uno yogi qualificato può, esercitando il suo potere di volontà, giungere dove il mentale del praticante sia completamente libero da ogni pensiero. Ma questo non significa che il suo mentale smetta di funzionare. Perché nelle profondità dell'inconscio permangono le impressioni del samskara che subiscono cambiamenti sconosciuti. Questo tipo di yoga asampraja è chiamato sabija . Esso non dura molto, siccome i samskara eliminati sorgono di nuovo in onde di pensieri. Quando, tuttavia, dopo che tutte le impressioni sono state “bruciate” da una pratica ripetuta e da un'esperienza progressiva, e dopo che lo yogi abbia attraversato i 7 livelli di viveka-khyati (conoscenza discriminante), egli giunge ove il suo mentale sarà completamente libero, immerso in modo permanente.
Tutte le attività coscienti ed inconsce cesseranno ed il mentale sarà ridotto nei suoi elementi costitutivi ed emergerà in prakriti . E' la forma nirbija (senza impressioni) dello yoga asamprajnatha . Lo yogi che ha raggiunto questo stato di massima elevazione lascia il corpo in 21 giorni e raggiunge la liberazione kaivalya . Sia in forma di sabija che di nirbija , il vero yoga di asamprajnatha non è uno stato inerte ( jada ) o una cessazione momentanea delle funzioni: è uno stato di coscienza intenso. In questo stato, il mentale è solo libero dall'esperienza oggettiva, ma esso è nondimeno pieno del potere della coscienza.
Affrontiamo ora il quarto punto della nostra discussione: il concetto di nirodha o controllo. Il controllo yogico è di tre categorie: pratyaya nirodha, vritti nirodha, e samskara nirodha . Un pratyaya è un pensiero completo o un concetto completo. E' la forma presa dalla coscienza ad ogni momento. Nel pensiero ordinario, un certo numero di pensieri e di emozioni affluiscono costantemente nel mentale. Durante dhyana è mantenuta solo una corrente di un unico pensiero, gli altri pensieri vengono eliminati. Dunque dhyana è uno stato di pratyaya nirodha , nonostante l'eliminazione non sia totale. Le vritti sono le espressioni attuali o le manifestazioni di pratyaya . Un pratyaya è costituito di tre aspetti o vritti :
a) la parola – sabda (suono)
b) ciò che è riferito al suo oggetto – artha
c) la conoscenza dell'oggetto – jnana.
Tra questi, i primi due (la parola e l'oggetto) riconducono all'oggetto, mentre l'ultimo rimanda al soggetto o al sé. Anche le emozioni sono delle vritti , che vengono tuttavia eliminate prima della meditazione. Nel pensiero ordinario, queste tre vritti sono confuse, ma in dhyana esse diventano distinte e separabili. Nel samadhi , la vritti -parola e la vritti -conoscenza si fondono in maniera tale che solo la vritti -oggetto brilli nel mentale. Dunque, samadhi è uno stato di vritti nirodha . Finché restano dei samskara nelle profondità del mentale, nirodha (il controllo) non può essere totale. Il samskara nirodha totale risulta dall'eliminazione completa di tutti i pratyaya e vritti e conduce al massimo stato di supercoscienza chiamato lo yoga nirbija asamprajnatha . Nirodha è il fondamento stesso dello yoga, ed una conoscenza chiara di questi tre tipi di nirodha è essenziale per una comprensione corretta del dhyana yogico.
Ricordiamo che samyama è centrato principalmente su prakriti , un principio inconscio o jada . Esso attribuisce più importanza alla struttura ed alla funzione del mentale che al principio di coscienza.
Samyama è un metodo puramente oggettivo. Le diverse tappe in questa meditazione rappresentano differenti tipi di oggetti su cui il mentale si è concentrato. La conoscenza del sé fa parte del samyama solo a gradi avanzati.
Lo scopo ultimo del samyama è la separazione totale del Sé da prakriti . Questa rimanda all'esperienza diretta ed è raggiunta solo al massimo grado di samadhi .
L'esperienza degli individui sull'ideale personale può risultare come un atto di ripiegamento su se stessi, cosa che può degenerare in forme di narcisismo spirituale.
Nel samyama ogni forma concreta, idea o sentimento che non è governato da un sistema concettuale conviene alla pratica della concentrazione.
Patanjali menziona l' ananda sampathi come forma inferiore di samadhi .
L'esperienza yogica è serenità o assenza di dukkha o tristezza. Lo stato più elevato dello yoga ( asamprajnatha ) è uno stato di controllo totale di ogni vritti e delle loro impressioni.
Per concludere:
l'esperienza spirituale è prodotta da una vritti , e la natura di questa che sorge nel mentale dipende dalla concezione della realtà della persona e dal modo di pratica mentale che essa segue.
Swami Vivekananda, parlando della concentrazione sull'esterno espone la sua personale esperienza:
“Una volta mi sono allenato a concentrare il mio mentale su di un punto nero. A dire il vero, durante quei giorni non potevo più vedere il punto nero e non potevo più assolutamente notare che il punto nero era davanti a me - il mentale era educato a non essere più là - e nessuna onda di attività si alzava, come se -in fin dei conti- tutto fosse un oceano di felicità, senza un soffio d'aria. In questo stato, ho colto l'intuizione delle verità soprasensibili. Quindi io penso che la pratica della meditazione anche su un oggetto insignificante conduce alla concentrazione mentale”.