Swami Veetamohananda
VIVEKA CHUDAMANI
Il gran gioiello della discriminazione
(1-15)
Traduzione a cura di Amanzio Borio
Il Viveka Chudamani è una geniale opera letteraria che dobbiamo a Sri Shankaracharya. Egli scrive:” Brahman – l'esistenza, la conoscenza e la felicità assoluta – è reale. L'universo non è reale. Brahman e Atman – l'anima interiore dell'uomo – sono uno”.
Tutto cambia nell'universo. Solamente ciò che non cambia o non cessa di esistere è reale. Nessun oggetto, nessuna forma di conoscenza può essere assolutamente reale se è soggetta a modificazione.
Consideriamo le nostre diverse esperienze durante lo stato di veglia e quello di sonno: noi ci accorgiamo che le esperienze dei sogni sono contraddette da quelle dello stato di veglia. Ed entrambe cessano durante il sonno profondo (senza sogni). Se ne può dedurre che ogni oggetto di conoscenza esterna od interna, ogni pensiero ed ogni idea, se sono modificabili, non possono essere “reali”.
La coscienza profonda esiste sempre in noi. Lei sola è il tratto costante di ogni esperienza. E questa coscienza reale è l'Essere assoluto. Nei tre stati di veglia, di sogno e di sonno profondo l'Essere assoluto è presente come testimone. Il senso dell'ego, che chiamiamo “me”, “mia individualità”, e che è irreale, deve sparire dal momento che è lui la causa di ogni ignoranza. Secondo la filosofia indiana, il mentale e la materia sono oggetti di conoscenza. Il mondo, secondo Sri Shankara, “è e non è”. Questa irrealtà fondamentale non può che essere compresa in riferimento all'esperienza mistica più elevata, l'esperienza di un'anima illuminata spiritualmente.
L'anima illuminata riposa nella coscienza trascendentale, essa realizza il Sé, l'Atman, come pura beatitudine e pura intelligenza, “l'uno senza secondo”. In questo stato di coscienza ogni percezione di molteplicità viene a cessare, ogni significato di “mio” e di “tuo” svanisce. Il mondo, come noi lo conosciamo abitualmente, sparisce. Il Sé risplende. Egli è l'Uno, la Verità ed il Brahman . Il mondo apparente che sperimentiamo, racconta Shankara in una parabola ben conosciuta, assomiglia ad un serpente avvolto su se stesso. Se si guarda più da vicino, con la luce interiore, ci si accorge che in effetti non è un serpente ma solo una corda arrotolata! Analogamente, quando la verità è conosciuta, non siamo più ingannati da un'apparenza che fa paura. L'apparenza del serpente svanisce nella realtà della corda, il mondo svanisce in Brahman !
Quando Shankara dice che il mondo del pensiero e della materia non è reale, egli non vuol dire che esso è non-esistente (inesistente). Egli vuol dire che ciò che appare come il mondo “è e non è”. Ogni giorno noi sperimentiamo il mondo secondo il nostro stato di coscienza. Questo stato di coscienza cambia, ed anche l'esperienza dell'apparenza del mondo cambia. Nello stato trascendentale esso non è sperimentato e dunque cessa di esistere.
Shankara non considera nessuna esperienza come inesistente finché dura come esperienza. Egli stabilisce una distinzione tra le illusioni personali dell'individuo e l'illusione del mondo.
I termini “anima” e “spirito” non significano nient'altro che “mentale” - è così che (il mentale) viene definito da una certa branca della filosofia. Siccome il mentale è condannato ad essere contaminato dall'esperienza dei sensi e cambia continuamente non può assicurare una base stabile per “l'essere”. Di più, la concezione dualista dell'anima crea un abisso insuperabile tra l'anima e Dio. Dio è il creatore e l'anima è la creatura; il primo è soggetto, la seconda oggetto; non possono mai essere uno. L'anima è “l'essere”, Dio è “l'Essere Supremo” e tra i due si trova un vasto abisso di vacuità che è il “non-essere”. Così, il non-essere è altrettanto permanente e reale quanto l'essere. Ragion per cui esso non può mai essere superato o eliminato. L'uomo può cercare di essere, ma non può allontanare che temporaneamente il non-essere. Tutta la sua vita è una lotta continua contro il non-essere, contro il senso di colpa, il nonsenso della vita e la morte. Come ha detto Jean-Paul Sartre, è “una situazione senza via di scampo”.
Secondo il Vedanta, il Sé, l' Atman è luminoso in se stesso, è eternamente puro e beato. Del tutto diverso dal mentale, l' Atman lo trascende. Esso non è dunque toccato dall'impurità. L'impurità può colpire solo il mentale. Tutto ciò che è stato creato deve avere una fine. Il Sé non è un'entità creata; esiste di per se stesso e coesiste con Dio. E' dunque immortale. Questa concezione dell'anima rende la pratica di “essere” più facile. Quando è messa di fronte alla colpa, l'anima può dire a se stessa:”Io sono pura e benedetta e dunque il peccato non mi può toccare”. Quando è messa di fronte alla vacuità e al nonsenso della vita, può dire a se stessa: “Io sono colma di coscienza ed ogni esperienza ha un senso per me”. Quando essa si confronta col destino, può dire a se stessa: “Io sono immortale e la morte non è che un avvenimento in una catena di avvenimenti senza fine”.
Così, la concezione vedantica dell' Atman rende l'anima capace di accettare tutte le forme del non-essere semplicemente affermando la propria natura reale. Essa non ha bisogno di un salvatore per difenderla dal non-essere; tutto ciò di cui lei ha bisogno è una guida che possa insegnarle a fronteggiare il non-essere, cioè il senso di colpa, il nonsenso della vita e la morte. Tutta la forza di cui l'anima ha bisogno sta nascosta in lei e ciò di cui necessita è una persona che risvegli questo potere. Ed questa la ragione per cui Swami Vivekananda dice: ”l mio ideale si può riassumere in qualche parola ed è questo – predicare all'umanità la sua divinità ed insegnarle come manifestarla in ogni momento della vita”.
Ogni anima possiede in se stessa il potere di essere e di fronteggiare le minacce del non-essere. Ma il Vedanta fa un passo in più e nega addirittura il non-essere. E' in questa negazione che il Vedanta differisce completamente dagli altri sistemi di pensiero. Per il Vedanta non esiste alcun abisso che separerebbe l'anima da Dio. Tra essi, la relazione non è del tipo “Io-Tu”. Dio non è un soggetto “completamente altro”. L'anima e Dio appartengono entrambi alla stessa categoria del Sé – l'anima è il Sé individuale (lo Jivatman ) mentre Dio è il Sé Supremo ( Paramatman ). La loro relazione può essere descritta come il “Noi” trascendente. Ed essendo Dio l'anima di tutte le anime e l'Essere divino che tutto penetra nell'universo, dove potrebbe esistere il non-essere?
Naturalmente il Vedanta ammette l'esistenza del non-essere sotto la forma di Maya che separa l'anima di Dio e dell'universo. Ma Maya stessa è irreale e dunque anche il non-essere lo è. Nel Vedanta le tre angosce di colpa, di nonsenso della vita e di morte sono considerate non come forme del non-essere ma come prodotti dell'ignoranza. La paura nasce solo quando esiste un oggetto di timore.
La Brihadaranyaka Upanishad dichiara: “La dualità è l'unica causa della paura”, (1.4.2). La dualità, qui, significa una separazione soggetto-oggetto. Ma l'Essere Divino, in quanto soggetto eterno, riempie tutto lo spazio e non lascia alcun intervallo per gli oggetti. Dunque la paura e l'ansietà che proviamo non sono reali, sono solamente causate dall'ignoranza.
Se accettiamo questo punto di vista, la lotta principale della vita dovrebbe essere l'eliminazione dell'ignoranza in merito alla vera natura del Sé. E' così che si deve lottare contro il non-essere.
Questo è ciò che esprimono le quattro grandi massime dei Veda, i Mahavakyas:
io sono Brahman (Aham Brahman asmi),
questo Atman è Brahman (Soham Brahman ),
Brahman è coscienza (Prajnanam Brahman ) e
Tu sei Quello (Tat Tvam Asi).
Queste quattro affermazioni mirano ad eliminare la nozione erronea del non-essere in quanto abisso che separa l'anima da Dio. Quando questa nozione sparisce, i suoi prodotti, l'ansia e la paura cessano di assillarci. Non c'è più bisogno di lottare contro il senso di colpa, l'impressione di nonsenso, la sensazione di destino opprimente lungo l'arco di tutta la vita. E' possibile vivere completamente liberati da questi problemi realizzando la nostra vera natura, il Sé luminoso.
Un Sé liberato ed illuminato è la nostra più grande ricchezza e la nostra maggior forza. Perché continuare a correre dietro alle cose esteriori invece di cercare di realizzare questa sacra luce interiore? Perché fuggircene lontano dal nostro vero Sé? Gli oggetti materiali non potranno mai risolvere i nostri problemi esistenziali. In certe situazioni ci troviamo soli e smarriti. Ma in ogni luogo ed in ogni tempo, anche quando non c'è che oscurità intorno a noi, anche allora, il Sé luminoso brilla nei nostri cuori. Non ci abbandona mai, ci protegge sempre, riempie la nostra vita della sua pace e della sua forza, e ci guida. Conservare sempre questa luce interiore è l'atto più coraggioso che ci sia.
Enumerati questi diversi punti filosofici, possiamo ora cominciare lo studio del Viveka Chudamani, il gran gioiello della discriminazione.
1 Shankara comincia la sua esposizione rendendo onore al suo Maestro Govindapada. Egli si rivolge a lui chiamandolo sadguru - l'istruttore perfetto. Quali sono, secondo l'ideale di Govindapada, le caratteristiche di un guru perfetto? Il guru perfetto è colui che è continuamente assorbito nello stato più elevato della beatitudine ( Paramananda ). La sua vera natura non può essere conosciuta attraverso i sensi o il mentale. Essa è rivelata solo grazie alla conoscenza del Vedanta o della Realtà.
Quale dunque il cammino da seguire per raggiungere questa conoscenza?
2 Cerchiamo di comprendere prima di tutto la difficoltà, per un essere vivente, di avere una nascita umana, ed anche quella di ottenere un corpo forte ed una volontà potente. E quella ancor più grande di vivere una vita spirituale avendo una perfetta conoscenza delle Scritture. Parliamo sovente di discriminazione tra Sé e non-Sé. Solo la percezione diretta del Sé e la sua ininterrotta unione con Brahman sono considerate come la liberazione finale. E questa può essere raggiunta solo grazie ai meriti di cento bilioni di vite ben vissute.
3 E' unicamente con la grazia di Dio che possono essere ottenuti questi tre preziosi privilegi: una nascita(in forma) umana, un'aspirazione ardente per la liberazione e la protezione premurosa di un saggio perfetto.
4 Nondimeno, certuni arrivano, senza che si sappia veramente perché, ad ottenere questa nascita umana eccezionale e a possedere, al tempo stesso, una forza fisica e mentale e la comprensione delle Scritture. E tuttavia si ingannano talmente che non fanno alcuno sforzo per liberarsi. Persone così sono dei suicidi. Esse si attaccano all'irreale e si distruggono con le loro mani.
Le grandi anime come Gesù, Krishna, Buddha, Sri Ramakrishna, si sono sempre volte con amore verso l'umanità sofferente. Anche Sri Shankara si è rivolto all'umanità con questo versetto:
5 “Esiste qualcuno più folle di colui che, avendo ottenuto il privilegio di un corpo umano, di una forza della volontà e del mentale, fallisce nel realizzare ciò che vi è di meglio e di più elevato in questa vita?”
Ricordiamoci anche di quanto diceva Sri Ramakrishna: “E' nato invano chi, avendo il raro privilegio d'essere nato uomo, è incapace di realizzare Dio in questa vita .. Finché l'anima individuale ( jiva ) non è unita a Dio, essa non ha alcun valore perché tutte le cose di quaggiù non hanno alcun valore se non nella misura in cui sono in contatto con Dio”.
Solamente Dio, aldilà di questo mondo, è la personalità che può conferire valore. Lo jiva progredisce dunque in quanto lavora per il Signore e si attacca a lui. Se, al contrario, lascia Dio da parte, lavorando con successo per la sua gloria personale, non ne ricaverà nulla.
Si può possedere tutto il sapere del mondo, ci si può dedicare a numerose arti e molteplici scienze, tutto questo diventa inutile quando viene il tempo della disgrazia e delle avversità. Ciò che solamente conta in quei momenti è fino a che punto abbiamo sviluppato il nostro equilibrio e la libertà interiore della nostra anima. Solo se sappiamo nuotare nel fiume delle turbolenze della vita saremo salvi!
Conoscere le Scritture, seguire diversi cammini spirituali, visitare uomini santi, adorare divinità, tutto questo dovrebbe aiutarci a risvegliare il nostro Sé. Senza la conoscenza dell'identità dell' Atman con Brahman la liberazione non potrà mai essere acquisita, neppure dopo centinaia di secoli. E' ciò che Shankara ci spiega nel sesto versetto del Viveka Chudamani.
6 Qui citerò la Brihadaranyaka Upanishad: Yajnavalkya, il grande saggio, dice a Maitreyi, sua sposa: “Non è né con i rituali, né con la posterità, né con la ricchezza: è solo con la rinuncia che si raggiunge l'immortalità”.
Anche Shankara mette l'accento sullo stesso punto:
7 “ Non c'è nessuna speranza d'immortalità attraverso la ricchezza – è questa infatti la dichiarazione dei Veda. E' dunque chiaro che l'azione (e il guadagno che ne deriva) non possono condurci alla liberazione”.
L'azione, che sia buona o cattiva, richiede la sua ricompensa, essa necessita di una nuova esistenza secondo il karma. Librazione significa immutabile e reale. E' per questo che le scritture dicono: Janat moksah (dalla conoscenza viene la liberazione) – Brahma vit Brahman Bhavati (colui che conosce veramente Brahman diviene Brahman egli stesso). Ed è anche per questo che tale conoscenza non può essere ottenuta o portata dagli altri. Bisogna acquisirla da se stessi.
E Shankara dice nell'ottavo versetto del Viveka Chudamani:
8 “ Che il saggio abbandoni la ricerca dei piaceri esteriori e lotti duramente per la sua liberazione. Che trovi un istruttore dall'anima elevata e venga assorbito con tutto il suo cuore nella verità che gli viene insegnata”.
La devozione alla giusta comprensione (cioè la discriminazione) permette all'aspirante di elevarsi fino alle altezze dell'unione con Brahman , lo stato di yogarudha . Bisogna salvare la propria anima smarrita nell'immensità delle acque delle nascite e delle morti.
Il saggio è colui che è diventato calmo e che pratica la contemplazione dell' Atman , abbandonando ogni azione motivata. Perché dobbiamo abbandonare ogni azione motivata? Perché esse conducono all'asservimento. Esistono dei nishkama karma , azioni senza motivazione. Tali azioni generano la purificazione del mentale e del cuore. La Verità può essere realizzata solo attraverso la discriminazione, la giusta comprensione. Ecco perché non bisogna commettere l'errore di credere che la giusta azione basti per condurci alla Realtà.
La presentazione alla coscienza di un oggetto precedentemente osservato altrove può farlo apparire reale. Noi vediamo un serpente. Lo memorizziamo. L'indomani vediamo un rotolo di corda. Vi sovrapponiamo l'immagine del serpente di cui ci ricordiamo ed è così che ci sbagliamo sulla sua natura. E' un corretto discernimento che ci mostrerà la vera natura della corda. Ed è allora che spariranno tutti i timori angosciosi causati dall'erronea credenza nell'enorme serpente.
Il convincimento della Realtà è ottenuto con la meditazione sui veri insegnamenti dei realizzati. I bagni nelle acque sacre o le elemosine, qualunque sia il loro numero, gli esercizi di respirazione, anche se fatti a centinaia, nulla di tutto questo darà la Giusta Conoscenza.
Ramakrishna dice: “I pellegrinaggi fatti senza vera devozione e senza amore di Dio non portano in essi alcuna ricompensa. Quando si ha l'adorazione nel cuore, non è assolutamente necessario visitare i luoghi santi. Voi state perfettamente bene dove siete”.
Il pieno successo dipende dalla qualificazione dell'aspirante. Sì, è vero, un luogo adatto, il tempo ed altre circostanze sono di grande aiuto ma secondarie.
E' per questo che Shankara dice:
9 “Che l'aspirante pratichi per prima cosa la discriminazione, che egli avvicini un istruttore competente”.
Un istruttore competente è colui che conosce la Realtà e la cui compassione è vasta quanto l'oceano stesso.